Maria Chiara, Angelica e la fava cottora dell’Amerino

Il loro sogno – dimostrare che l’autosufficienza alimentare è possibile – lo coltivano in Umbria, nel Ternano.

Le tipe toste questa volta sono Maria Chiara Flugy (37) e Angelica Tartamelli (33). La prima, di Palermo, si è trasferita nel polmone verde d’Italia dodici anni fa, quando ha conosciuto Alessandro con cui è sposata da dieci e con il quale nel 2009 ha inaugurato il PeR www.per.umbria.it.

La seconda è nata e vive a Frattuccia, una frazione di duecento anime del Comune di Guardea. Continue reading

Spello, in ginocchio per nove ore. Disegnano tappeti di fiori

 

Rimangono un po’ accovacciati, un po’ in ginocchio per tutta la notte, a disegnare con le mani tappeti di fiori. Ad illuminarli, la luce artificiale.

Sono i duemila volontari che, da cinquantuno anni, in occasione del Corpus domini, lavorano per le cosiddette infiorate di Spello.

Si tratta di una sfida abbastanza faticosa, che, nei due giorni di festa, attira nel piccolo Comune del Perugino, circa cento mila visitatori. Molti arrivano da buona parte dell’Europa. Quest’anno, tanti i curiosi giunti dall’Asia e dal Sud Africa. Come ci dice Giuliano Torti, spellano, del ’62. Uno che, da qualche anno, sta un po’ in ginocchio per lavorare ai tappeti profumati e in piedi dietro la scrivania, ad organizzare l’evento. E’ la mente dell’Associazione degli Infioratori di Spello http://www.infioratespello.it/ che conta novecento iscritti. Persone che lavorano per tutto l’anno intorno a questa manifestazione.

Tutto l’anno? “Certo – afferma con orgoglio Torti – le infiorate sono il risultato finale di un duro lavoro, che richiede mesi di preparazione. Si inizia con la ricerca e la raccolta dei fiori, tutti quelli che madre natura ci mette a disposizione. Si passa alla selezione e conservazione dei petali. Tante squadre di volontari si disperdono lungo i pendii del Monte Subasio e nelle vallate umbre. Altri, rimanendo nei pianterreni freschi, hanno il compito di separare i petali in base ai colori e tritando le erbe profumate”.

Con tecniche varie, il sabato precedente il Corpus domini, si comincia a tracciare il disegno sul fondo stradale, si depositano i petali. E non si procede a caso. Ci sono dieci regole da seguire. Prima il progetto, poi l’abbinamento tra i colori del bozzetto  e i fiori a disposizione. Seguono la raccolta dei fiori, che avviene in vari periodi, la mondatura, cioè la separazione dei petali per tipo, la preparazione dei disegni su carta bianca, l’elaborazione degli stampi, l’installazione di sistemi di copertura che proteggano i lavori dalla pioggia e dal vento. L’incollatura del disegno, la composizione del disegno con petali e verdure. Nell’ultima fase, si spruzza acqua su ogni lavoro. In questo modo i petali si attaccano all’asfalto e non appassiscono con il caldo. Non è previsto l’uso della colla.

Insomma, una fatica! “Sì – replica Torti- ma che ci vuole fare? Le infiorate sono nel dna degli spellani. E tante sono le ragioni che ci spingono a lavorare per mesi e ad avere tanta pazienza: divertimento, devozione, voglia di competere, sfiancarci e scaricare la nostra ansia, le nostre preoccupazioni. Senza contare che questo lavoro ha dei risvolti economici notevoli. Non abbiamo mai fatto i calcoli precisi di quanto incassiamo e di quanto ci costino le infiorate. Ma grazie a tale evento Spello è conosciuta in tutto il mondo. I negozi aperti tutto il giorno lavorano parecchio”.

Ma come nascono le infiorate? Sembra che tutto abbia avuto origine i primi del Novecento, forse nel 1930, quando una donna fece sulla strada un disegno con ginestre e finocchi.

Agli inizi, secondo Torti, le infiorate erano una manifestazione religiosa. Da cinquantuno anni, per iniziativa della Pro Loco di Spello, viene bandito un concorso, al quale partecipano circa ottante infiorate, divise in tre categorie: quadri, tappeti, under 14. Il tema deve essere solo religioso. I disegni ammessi sono: calici, ostie, colombe. Frequente è l’immagine di Cristo. “I temi – sottolinea – sono oggi più complessi”.

La giuria è composta da cinque giurati non spellani, scelti per competenze artistiche e religiose. Il vincitore si aggiudica il Properzio, una statua in bronzo, che riproduce il poeta latino, Properzio, nativo di Spello.

Già dalla serata del sabato Spello diventa un’esplosione di colori e profumi. Tutto deve essere pronto entro le nove del giorno successivo. Alle otto della domenica viene smantellata la serra, che protegge i lavori.

Tanto lavoro, che può essere spazzato via dal vento, dalla pioggia della domenica successiva o da alcuni turisti che, ignorando la fatica degli infioratori, giocano a calpestare i capolavori profumati?  “Sì – dichiara – ma la passione è più forte!”.

Le infiorate non sono una tradizione esclusiva di Spello. “Vengono realizzate in varie parti d’Italia – fa sapere Torti – però, noi usiamo solo materiali vegetali naturali, non colorati in modo artificiale, non trattati (riso, orzo, caffé o altre polveri). Quello che Torti tiene a sottolineare è che le infiorate non saranno mai un lavoro.

Ad aggiudicarsi il primo posto quest’anno è stato il gruppo “FILIPPO PETRUCCI”, costituito da circa quaranta persone. Tra queste anche tanti bambini.

Tipi tosti? “Noi – risponde – ci sentiamo persone normali. Saranno i lettori a giudicare se siamo tosti”.

                                                                                                                        Cinzia Ficco

Colaiacovo: “L’Umbria? Noi proviamo a venderla in bottiglia!”

L’Umbria? D’ora in avanti sarà legnosa e  fiorita. Sì, perché parlerà di sé col naso.

Merito di un’idea rivoluzionaria di marketing territoriale, elaborata da Carmela Colaiacovo, Stefania e Federico Lucci.

I tre, stanchi delle solite cartoline, hanno pensato di cominciare a far veicolare della loro terra qualcosa di diverso: le fragranze più particolari. E hanno creato Profumod’Umbria: la primavera di questa regione, racchiusa in una bottiglia.

Ma di cosa si tratta? “Di sicuro – fa sapere Carmela Colaiacovo, presidente nazionale Confindustria Alberghi, una delle ideatrici- è uno strumento unico di marketing per la nostra regione. Stiamo già lavorando in questo senso, perché l’ente guidato da Catiuscia Marini ci ha proposto di inserire il logo ufficiale sulle nostre confezioni”.

Profumod’Umbria, la fragranza, è composta dalla ginestra e dall’acacia di Gubbio, dal fieno e dai castagni di Città di Castello, dai fiori bianchi di Assisi e Spello, dall’iris di Foligno, dai cipressi di Perugia, dal rosmarino e dalla  lavanda di Castelluccio e, per finire, dal tiglio di Terni.

L’iniziativa è un omaggio all’Umbria e grande è l’interesse a livello nazionale, che sta suscitando.

Ma come è nata l’idea? “Qualche anno – replica Colaiacovo – Stefania e Federico Lucci studiarono la piramide olfattiva della fragranza. Il loro sogno, realizzare un progetto che raccontasse l’Umbria con l’olfatto, si è unito al mio desiderio. Così è nato Profumod’Umbria. E’ un’iniziativa unica in Italia. Ne siamo orgogliosi! Sarebbe bello che tutte le regioni italiane avessero la possibilità di far parlare col naso la propria terra”. Niente di simile neanche in Europa?  “Ci risulta – aggiunge la presidente- che non ci siano progetti simili, profumi che siano realizzati  solo attorno ad ingredienti autoctoni. L’acqua di Colonia, ad esempio, ha una radice fortemente territoriale, ma è realizzata anche con il bergamotto di Calabria”.

Partners internazionali del progetto? “No – ancora Colaiacovo – Profumod’Umbria è un cavallo che corre da solo, con lo sforzo economico e l’orgoglio di due realtà imprenditoriali, legate al territorio. E i profumieri saranno made in Umbria. I laboratori coinvolti saranno solo quelli artigianali del nostro territorio”.

Profumod’Umbria sarà destinato  “a chi vive qui – aggiunge Colaiacovo –  a chi ha trascorso una splendida vacanza e vorrebbe tornare almeno col naso e a chi, lontano, vuole rivivere le emozioni che solo il nostro territorio sa trasmettere”.

Sarà imbottigliato con il marchio Limonero Gubbio. Una bottiglia da 100 ml costerà 45 euro.

Dove sarà distribuito? Nelle profumerie di selezione ed artistiche, nei Centri Wellness di altissimo profilo.

La fragranza è una fiorita/legnosa. La presidente tiene a sottolineare un dato: “Questa reinterpretazione è stata affidata ad uno dei più rinomati essenzieri italiani, Dany Zenobi, che dopo aver respirato l’esplosione di odori umbri in primavera, ha bilanciato sapientemente tutti gli ingredienti, creando un bouquet fiorito, accarezzato da resine e sentori di erba tagliata”. Anche la bottiglia è particolare. Delicata ed elegante, in vetro. La scatola di carta, realizzata senza colle, ma ad incastro e il tappo in legno con il cappuccio in plastica estraibile, permettono di riciclare tutto in maniera intelligente. E’ importante aggiungere che Profumod’Umbria è finanziato da privati, senza alcun tipo di intervento statale.

Se le dico turismo e profumi d’Umbria, cosa le viene in mente? “Profumod’Umbria – conclude – è il primo strumento di comunicazione olfattiva di una regione in Italia. Il Turismo ha bisogno di nuovi stimoli, qualità e idee innovative. Ed il nostro progetto è stimolante, di estrema qualità ed innovativo. L’Umbria a livello olfattivo è una terra che non ha contaminazioni dal mare o da alte montagne. L’immagine che esce da questa fragranza è di un’Umbria incontaminata e serena. Oltreché evocativa di emozioni profonde”.

                                                                                                                           Cinzia Ficco


Claudio: “Con la mafia? Non sono tosto. Solo curioso!”

Non si sente tosto. Eppure, è per merito delle sue inchieste, che l’Umbria comincia a prendere coscienza di essere assediata dalla mafia e a conoscere intrecci robusti tra malaffare e politica.

Si tratta di Claudio Lattanzi, nato ad Orvieto nel 1970, laureato in Scienze politiche all’Università di Perugia e giornalista de La Nazione, autore di parecchi libri scandalo. Il primo, un’ inchiesta sul sistema di potere nella città di Orvieto, dal tiolo “Orvietopoli, la casta, gli affari, la politica all’ombra della rupe”, che ha destato scalpore, soprattutto per la denuncia dei conflitti d’interesse di uomini politici e personaggi di potere. Il secondo,  “Scacco al monsignore”, sui retroscena legati alla clamorosa destituzione dell’ex vescovo Giovanni Scanavino, al centro di una macchinazione ordita contro di lui da una parte del clero. Ma il lavoro, che ha sollevato più polemiche, è l’ultimo. Intitolato: Mafia in Umbria – Cronaca di un assedio (Ed Intermedia).

Dunque, Claudio, l’Umbria deve al suo lavoro scoperte piuttosto scomode. Da quanto lei scrive, sembra che solo da qualche anno si stia cominciando a fare i conti con una triste realtà. Ma perché solo di recente? Colpa dei media locali, delle istituzioni, che sulla colonizzazione della mafia in Umbria preferiscono tacere?

Io mi sono semplicemente limitato a fare una sintesi organica delle inchieste, che la magistratura umbra, a volte su input delle procure del sud, ha condotto nel corso dell’ultimo periodo. La cosa abbastanza paradossale è che non c’è nulla da scoprire.

In che senso?

Si tratta solo di guardare nella sua completezza un fenomeno serio, di cui finora non era stata proposta una lettura completa. Non credo che l’informazione umbra abbia delle responsabilità, perché è la natura stessa di queste mafie che “non fa notizia”. Un conto è un morto ammazzato su un marciapiede in una città dell’Umbria, un altro è l’infiltrazione mimetica, invisibile e silenziosa nel sistema economico regionale, di cui ci si accorge, quando va bene, solo se c’è una qualche operazione giudiziaria clamorosa, come il recente sequestro dell’immobile di Ponte San Giovanni, che si presume essere finito nella disponibilità di un clan vicino al Casalesi.

Gli effetti di queste infiltrazioni sono in qualche modo evidenti? Difficile quantificarne i costi? Sembra che il giro d’affari della mafia l’anno sia pari a due miliardi di euro.

Provocano sono un inquinamento progressivo della vita economica e, alla fine, un restringimento delle libertà personali dei cittadini.

E non è poco. Da quanto tempo è presente in modo massiccio la mafia in Umbria e cosa fanno le forze dell’ordine per fronteggiarla?  Soprattutto,  cosa ha favorito la presenza della mafia in Umbria?

L’incubazione del fenomeno è in atto da un paio di decenni, favorita dalla presenza di mafiosi nei supercarceri umbri, in cui si applica il regime del 41 bis, cioè le norme di carcere duro, previsto per i mafiosi, ma anche dalla presenza non trascurabile di soggetti inviati qui al soggiorno obbligato. Un altro elemento di contaminazione è stato il grande business della ricostruzione post sismica, che si è concretizzata in un dieci per cento di cantieri, affidati alle imprese campane pari a 916 appalti, ognuno dei quali di un valore medio pari a 277 mila euro.

E poi?

L’Umbria è anche un ottimo posto dove nascondersi, lontano dalle via di comunicazione e con una sensibilità sociale bassissima verso il fenomeno mafie. Anche per questo motivo l’interesse di queste organizzazioni è quello di avere alcune zone tranquille, che coincidono con le aree di colonizzazione economica o che sono vicine a quei territori, in cui la presenza dei clan malavitosi è ormai dilagante come il litorale laziale (Anzio, Nettuno), ma ultimamente anche la limitrofa provincia di Viterbo.

Cosa ha scoperto di preciso nelle sue inchieste? Quali sono i settori “assediati”? E, soprattutto, meglio parlare di ‘ndrangheta?

‘Ndragheta e camorra, cioè i Casalesi, sono le mafie più agguerrite, anche perché il loro modello organizzativo è calibrato sull’espansione di zone esterne a quelle dei loro insediamenti originari.  Nella provincia di Terni e nello Spoletino – Folignate si registra anche una presenza significativa di personaggi ritenuti vicini a Cosa Nostra. La mafia siciliana è da anni in fase di ridimensionamento e queste presenze nella parte meridionale della regione sembrano confermare il fatto che l’Umbria, oltre ad essere terra di nuova colonizzazione, continua ad ancora essere un luogo privilegiato per nascondersi. Le mafie hanno soprattutto l’esigenza di riciclare i proventi enormi del narcotraffico, ma anche di controllare aziende umbre per ricevere appalti pilotati al sud, come ha dimostrato l’operazione Naos, o ancora per mettere in piedi attività commerciali pulite o per realizzare operazioni ibride, come nel caso dell’immobile di Ponte San Giovanni che, oltre alla vendita dei 320 appartamenti, era finalizzato a fungere da garanzia patrimoniale per ottenere affidamenti bancari in una pluralità di istituti di credito.

Dunque, l’Umbria, regione dominata non solo dalla massoneria, dai “rossi” e dalla Chiesa!  E’ così? Che tipo di rapporti ci sono tra tutti questi soggetti?

Un conto è il clientelismo politico, un conto è l’infiltrazione mafiosa. Leonardo Sciascia diceva che se ogni forma di potere la si definisce come “mafia”, si rischia di non capire più cosa sia la mafia vera. Nel libro ci sono alcune testimonianze, che attestano come l’infiltrazione mafiosa sia arrivata a lambire anche la politica umbra, ma il sistema di potere che governa l’Umbria è una cosa diversa. Ciò non significa che nelle forme degenerate, legate ad un sistema politico cristallizzato da sessant’anni non si annidino comportamenti al di fuori della legge. Non sarà forse un caso se il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Perugia, che si è occupato dell’indagine sui presunti appalti truccati alla Provincia di Perugia, abbia usato l’espressione “sistema mafioso”, legato al corto circuito tra imprenditori e funzionari, accusati di essere corrotti.

Dopo l’uscita del suo libro cosa si aspetta? La società civile reagirà in qualche modo?  Quanto la Regione ha dato importanza alle sue scoperte?

La società umbra è interessata ad approfondire l’argomento anche a partire da questo libro. Credo che sia un segnale positivo ed incoraggiante. Il presidente della commissione regionale sulle infiltrazioni mafiose, Paolo Brutti, ha deciso di acquisire questa inchiesta agli atti della commissione. Ci sono normative regionali da aggiornare a partire dall’esigenza di ridurre in Umbria il ricorso alla pratica dei subappalti.

E veniamo a lei. Ha avuto minacce?

No

Ha paura?

No

Si sente tutelato?

Credo di non averne bisogno

Non teme ripercussioni sulla sua famiglia?

No

Quanto si sente tosto?

Mi sento uno che fa il suo lavoro, assecondando la propria curiosità e voglia di capire.

Quale il giornalista che ha sempre ammirato?

Ammiro molto Alberto Ronchey, un giornalista che parlava sempre con le cifre e i dati oggettivi. Mi piacciono i giornalisti non conformisti, quelli che non hanno una verità preordinata da dimostrare e concepiscono il potere non come un mondo in cui entrare, ma una realtà a cui guardare con sospetto e l’attitudine a svelarne le dinamiche.

Tra poco uscirà un altro libro. Il quarto. Può darci qualche anticipazione?

Sarà un’inchiesta sul potere in Umbria. Chi comanda davvero in questa regione, in una sovrapposizione tra politica, imprenditoria, massoneria, chiesa.

Ha anche un’agenzia di pubblicità e una casa editrice, http://intermediaedizioni.it/?page_id=4&category=17 Dove trova il tempo per fare inchieste così “pesanti”?

Con la mia socia, gestisco queste aziende, la cui sede si trova ad Orvieto. La casa editrice ha l’ambizione di svolgere un ruolo di approfondimento su tanti temi umbri poco indagati, perché qui c’è molta informazione, ma anche lo spazio per svolgere importanti inchieste. Il problema del tempo è notevole, diciamo che sottraggo parecchie ore al sonno e sacrifico tanti week end.

                                                                                                                            Cinzia Ficco