Il Rettore: “L’Aquila? Sarà la Città della Cultura e della Scienza!”

Dal professore Ferdinando di Orio, Rettore dell’Università degli Studi dell’Aquila, ricevo e con piacere pubblico questo contributo:

 

L’esperienza del sisma del 2009

Ricordando la tragica esperienza del 6 aprile 2009, a tre anni di distanza, non è facile distinguere ciò che si è vissuto da ciò che invece ci è stato raccontato. Tutto è diventato esperienza personale e al tempo stesso storia comunitaria. La mia memoria, la mia storia di quella tragica notte e dei giorni successivi è quella della mia Città, della mia Università, della mia Comunità. Il sisma ha ancor più unito la mia esperienza personale con la mia responsabilità istituzionale, legata al ruolo di rettore dell’Università dell’Aquila.

Forse proprio per questo ricordo in particolare la decisione di conferire la laurea ad memoriam agli studenti morti nel terremoto. Non è stato solo il riconoscimento a quanto con il loro impegno avrebbero meritato, ma per tutti noi, che lavoriamo nell’Università dell’Aquila, continua a rappresentare un invito a conservare memoria del loro sacrificio nel nome della cultura e della scienza.

Non c’è dubbio che L’Aquila con il suo terremoto e, poi, con “l’evento G8” sia stata molto presente sui mezzi di comunicazione. Anzi, qualcuno aveva auspicato tutto ciò, giustificandolo con la necessità di mantenere “i riflettori puntati” sull’Aquila per la paura di essere dimenticati dall’opinione pubblica e dalle istituzioni. Tuttavia, a distanza di tre anni, il timore che il grande processo comunicativo costruito intorno all’unico evento “sisma/G8” sia stato utilizzato strumentalmente – non dico strumentalizzato – a rappresentare significati diversi o quantomeno non coincidenti con quelli determinati dagli effetti del sisma, oggi sembra essere confermato alla luce di quanto è poi successo.

Così se nella prima fase si è corso il rischio, consueto per i mass-media della società dell’immagine, di una eccessiva spettacolarizzazione del dramma,  con la “messa-in-scena” di una grande rappresentazione del potere, è poi seguito un prolungato silenzio. Oggi forse l’evento sisma è non dico dimenticato da parte dell’opinione pubblica nazionale, ma certo collocato solo nel passato….

Il sisma e l’Università dell’Aquila

Ricordo che nel mio primo messaggio apparso sul sito web di Ateneo ripristinato già l’8 aprile 2009, riaffermavo l’insopprimibile volontà dell’Università dell’Aquila a continuare nella sua missione di formazione e di ricerca per contribuire alla rinascita di una popolazione così fortemente provata.

Dopo il sisma, abbiamo dovuto dare una risposta immediata all’emergenza. Abbiamo ricevuto subito collaborazione da parte del Governo, con il quale sono stati firmati – nel 2009 e nel 2011 – due importanti accordi di programma che garantiranno le risorse finanziarie necessarie per la ricostruzione dell’Ateneo aquilano.

Alcune difficoltà le abbiamo riscontrate, invece, nel rapporto con gli Enti Locali. In particolare, con la Regione Abruzzo, soprattutto rispetto alle esigenze dei nostri studenti.

Oggi possiamo affermare che l’Ateneo aquilano ha ormai superato la fase dell’emergenza. La prospettiva su cui stiamo lavorando è quella di un nuovo modello di Ateneo che da un lato consolidi la propria attività di ricerca e la tradizionale offerta formativa ma che, dall’altro, si proponga alla comunità scientifica per nuovi filoni di ricerca e che offra nuove proposte formative anche dal punto di vista delle modalità didattiche. Deve, però, essere mantenuta la caratteristica fondamentale dell’Università, che è la compresenza integrata di attività di ricerca e didattiche, perché la didattica deve essere al passo dell’evoluzione della conoscenza e deve soprattutto educare a quel pensiero critico che si nutre di ricerca continua.

La ricostruzione della città dell’Aquila

Guardo con preoccupazione quanto è successo nel più ampio quadro dei processi di ricostruzione della nostra città. Per alcuni la tragedia di un intero popolo ha rappresentato solo un’opportunità per «fare affari», magari ridendoci sopra.

La ricostruzione della Città, sostanzialmente, ancora non è partita, soprattutto a causa di un’eccessiva burocratizzazione dei meccanismi decisionali. E’ comunque fondamentale che essa avvenga nell’efficienza complessiva, ma mai a scapito della trasparenza. In nome dell’emergenza non si può rinunciare alla legalità, che non può essere interpretata né tanto meno presentata come un ostacolo, un impedimento all’efficacia della ricostruzione per scoprire, a posteriori e nella meraviglia e nello stupore di alcuni, che le tanto decantate risposte all’emergenza possono anche nascondere imprecisioni, trascuratezze, errori, se non addirittura occasioni di malaffare.

L’unica garanzia nei confronti di tutto ciò, sta nella legalità e nella trasparenza, che solo chi è in malafede può interpretare come ostacoli o impedimenti.

In questi tre anni ho spesso ricordato una frase di Jorge Luis Borges: Un «lavoro creativo è un po’ sospeso tra la memoria e l’oblio: bisogna ricordarsi tante cose, ma non tutte». Così è anche per il processo di ricostruzione della nostra città che richiede sì memoria del passato, ma anche lungimiranza e, soprattutto, creatività.

Ricordare «tante cose, ma non tutte» non vuol dire dimenticare, ma comprendere fino in fondo che per la ricostruzione creativa della Città, bisogna saper discernere e recuperare il bello presente nella sua storia, ma saper anche pensare il suo futuro con spirito rinnovato ed aperto in vista di una efficace e feconda sintesi tra antico e nuovo, secondo le più attuali tendenze della post-modernità.

Sono convinto che ciò sarà possibile a patto che tutti insieme – istituzioni e cittadinanza – sapremo guardare al passato per rintracciare un’identità della città che longitudinalmente si sviluppa nel tempo e rifiuta, proprio per questo, esogeni schemi culturali, sociali, urbanistici, architettonici, che da quella storia non emergono e quindi non le appartengono.

Purtroppo, mentre si dibatteva sulla possibile «new town» – con un anglicismo mai così inopportuno – in realtà si sono freneticamente e confusamente moltiplicati, nell’ambito del cosiddetto progetto C.A.S.E, i nuclei abitativi in una serie infinita e indefinita di cloni replicanti uguali a sé stessi e, in quanto tali, lontanissimi dall’idea di una città storicamente definita e antropologicamente pensata, anche nei suoi rapporti con l’ambiente.

Perché i terremoti – come è stato giustamente affermato – «possono cancellare una città solo se cancellano la voglia degli abitanti di riaverla, di rimetterla a posto, di rifarsi rifacendola».

Per questo l’idea di città da perseguire non può essere interpretata solo attraverso categorie edili, architettoniche e urbanistiche. Perché una città è la gente che la abita e che dà senso e significato al vivere insieme.

Il ruolo dell’Università per la ricostruzione della Città

Sono convinto che l’Università continuerà a giocare un ruolo fondamentale per la città dell’Aquila sia dal punto di vista culturale sia da quello economico. Se, infatti, nel nostro paese il rapporto Università-territorio è sempre stato segnato dal fatto urbano, ciò è particolarmente vero per l’Università dell’Aquila. In un primo tempo questo rapporto era legato sostanzialmente all’indotto determinato dalla presenza degli studenti (affitti, locali di ritrovo e di svago,ecc.) e al personale impiegato. Negli ultimi anni, soprattutto con il mio rettorato, aveva iniziato a svilupparsi una nuova mission dell’Università, rappresentata dalla valorizzazione della conoscenza scientifica e dalla sua trasformazione in risorsa strategica del territorio.

Paradossalmente, dopo il terremoto del 6 aprile, ritengo che avrà più difficoltà la prima e più immediata forma di rapporto che non la seconda. E questo a causa della distruzione del centro storico e di gran parte delle abitazioni che erano affittate agli studenti fuori-sede.

L’Università dell’Aquila è ora chiamata proprio dalle tragiche conseguenze del sisma ad aprirsi ancor più al suo territorio e alla sua città, assumendo responsabilmente su di sé le categorie e i processi che animano la società – con i suoi i problemi, le sue difficoltà, le sue aspirazioni, le sue attese – e cercare concretamente risposte efficaci.

La vitalità dell’Ateneo rappresenta il volano necessario per garantire un nuovo sviluppo alla città dell’Aquila, rispetto al quale non mi sento di condividere la convinzione, da alcuni teorizzata, che il terremoto possa rappresentare un’opportunità.

Se può essere umanamente giustificabile il tentativo di «trasformare il dramma in occasione di rinascita e di sviluppo», rischia tuttavia di essere fuorviante allorché non vengano adeguatamente considerate le caratteristiche della situazione antecedente al sisma, che indicava chiaramente nel comprensorio aquilano una delle aree maggiormente critiche, a causa del processo di deindustrializzazione subito nell’ultimo decennio. In questa situazione, già economicamente molto depressa, il terremoto ha causato effetti contraddittori, producendo da un lato danni diretti molto consistenti, ma anche alimentando un circuito di nuove merci e nuovi servizi, secondo le caratteristiche di una inedita economia di guerra, come è stata espressivamente definita, che non possono da sole esaurire quelle opportunità di sviluppo stabile e duraturo che si vorrebbe originassero magicamente dal sisma dell’aprile 2009.

Gli effetti del terremoto devono invece essere inquadrati in una prospettiva di più lungo periodo, puntando alla valorizzazione di ciò che già esiste per determinare le condizioni per un modello originale di sviluppo basato sulla innovazione.

Il cui presupposto fondamentale è rappresentato dal costante confronto tra tutti gli interlocutori istituzionali – amministrazioni pubbliche, sistema universitario, sistema imprenditoriale, sistema creditizio – in un circolo virtuoso basato sul rispetto dei propri ruoli, sulla fiducia reciproca, sulla disponibilità a far crescere culturalmente ed economicamente i nostri giovani ed il nostro territorio. La volontà di essere creativi ed innovativi, più delle risorse economiche stesse, rappresenta la premessa per creare un modello economico, un ecosistema di successo, non fondato sull’assistenzialismo ma su un utilizzo equo ed efficiente delle risorse disponibili.

La presenza di un Università qualificata nel territorio che, tra le sue vocazioni culturali, ha ben rappresentata quella di carattere scientifico-tecnologico, costituisce un elemento di straordinaria rilevanza che dovrebbe essere maggiormente considerato in sede di programmazione politica nazionale e regionale.

E’ su questa base, dunque, che si fonda la concreta prospettiva di rilanciare l’Aquila come Città della Cultura, della Scienza e della Tecnologia

“Lotto perché l’Aquila torni il giardino fiorito di un tempo”

Avrebbe potuto abbandonare il capoluogo abruzzese dopo il terremoto. E, invece, no. All’Aquila, Giuseppe Tandoi, coratino dell’82, ha deciso di rimanere. Di quella città, in cui vive da undici anni e che ricorda tanti centri della sua Puglia, è innamorato. Certo, non è stato facile recuperare un minimo di normalità e tornare alla vita precedente il sisma del 6 aprile del 2009. Ma Giuseppe è un tipo tosto e non getta la spugna. Il terremoto lo ha costretto a rimodulare il suo lavoro. Le sue amicizie. In compenso gli ha fatto scoprire l’umanità e la disponibilità  degli aquilani. Con loro Giuseppe ha imparato a sperare. “Sono sicuro – dice – un giorno questa città tornerà ad essere il giardino fiorito di un tempo”.

Perché vive da undici anni nel capoluogo abruzzese?

Mi trovo all’Aquila per inseguire il mio sogno: diventare regista. Quando a 19 anni cercavo una scuola di cinema, fui attratto dall’Accademia dell’Immagine e decisi di provare l’esame di ammissione. Fui ammesso e da quel giorno mi trasferii in città. Ero ancora al terzo anno quando decisi di trapiantarmi definitivamente all’Aquila. Fui conquistato dalla bellezza di questa città e, soprattutto, dalla sua storia e dalla sua ricchezza spirituale e culturale.

Come sono gli aquilani?

 E’ difficile rispondere a questa domanda, perché naturalmente ogni persona è diversa e si relaziona in modo differente. Posso, però, raccontare la mia esperienza. Ho trovato sempre una grande gentilezza e una grande affabilità all’ Aquila. Col tempo ho stretto amicizie importanti, ho avuto la fortuna e il privilegio di conoscere persone dal cuore immenso e dalla straordinaria simpatia, dalla forte tempra, capaci di una grande dedizione al lavoro. E’ questo che mi ha conquistato e ha sostenuto la mia crescita personale.

 Di cosa si occupa?

 Sono essenzialmente un film maker. Prima del terremoto ero un libero professionista che produceva spot, corti, video per concerti e spettacoli a livello locale. Dopo il terremoto ho aperto una società di produzione cinematografica, l’Esprit Film, e ho proseguito con la mia attività, realizzando il mio primo film per il cinema, “La città invisibile”, presto distribuito in dvd. Organizzo corsi di cinema per ragazzi.

Cosa ricorda del sisma di tre anni fa?

I ricordi sono tanti e sempre vivi, indelebili. Fanno meno male adesso anche se il segno rimarrà per sempre. Sono stato fortunato, sia perché sono ancora vivo, sia perché non ho vissuto l’orrore delle zone, dove i crolli hanno portato via la vita.  Ricordo una cosa: era da una settimana che non si parlava d’altro. Cioè di una forte scossa che stava arrivando, ma eravamo stati tranquillizzati e, io, personalmente, non mi ero preparato in alcun modo. Prima di addormentarmi ci fu una scossa molto forte alle 23. Sentii per telefono una mia amica per capire come stesse. Non ci dicemmo nulla di importante, ma provai una sensazione strana.

In che senso?

Era come se quella dovesse essere l’ultima nostra telefonata. Quando il letto incominciò a tremare, il primo pensiero non fu di paura, ma di stupore nei confronti del terremoto. Allora sei reale, pensai, è vero che stavi giungendo.  Poi la fuga da casa con i vicini e la lunghissima attesa con gli amici più cari davanti alla Basilica di Collemaggio, tutti confusi e increduli. Sempre più angosciati man mano che arrivavano notizie di crolli e vittime. E intanto la terra tremava ogni cinque minuti. Dopo quella notte è effettivamente iniziata un’altra vita.

Come ha reagito la città?

E’ difficilissimo rispondere a questa domanda, perché ci sono state migliaia di reazioni diverse, una per ogni abitante. In quei primi giorni eravamo tutti ovviamente sconvolti, increduli, addolorati, vicini l’un l’altro. Bisognosi di incontrarci e raccontare ciascuno il proprio incredibile vissuto. Il resto è troppo difficile da abbracciare con un unico sguardo.

Ora come si vive?

La vita di adesso è, purtroppo, caratterizzata dalla disgregazione sociale e dai centri commerciali, dal traffico eccessivo, dalla carenza dei servizi e dall’affossamento delle realtà culturali locali.

Da chi gli aquilani sono rimasti delusi? Si sarebbe potuto fare di più per loro?

Non si è fatta alcuna prevenzione per il terremoto e questa è stata la mancanza più grave da parte delle istituzioni prima del terremoto. Adesso, dopo tre anni, la ricostruzione pesante del centro è ancora ferma e la città ha enormi difficoltà sotto ogni punto di vista. Queste sono le nostre ferite più grandi.

Tempo fa si è annunciata l’istituzione di una zona franca. Ma non si è fatto niente. Voi continuate a pagare le tasse. Nessun atto di disobbedienza civile per scuotere uno Stato latitante? In ogni caso, quanto pensa servirà per tornare a vedere l’Aquila palpitante come un tempo?

A queste domande posso risponderle solo con la mia sana follia, quella follia che mi ha spinto a diventare regista, evitare strade facili, inseguire un sogno e a volerlo realizzare, stando all’Aquila. Io credo molto in questa città e nel suo valore. Credo davvero che la città abbia dei doni da offrire e  non solo a chi la vive ogni giorno. Penso che questo sia il cuore sempre vivo e palpitante dell’Aquila. Al suo ritmo cerco di far battere il mio, anche se non sempre è facile. Ho una grande fiducia, una vera fede, nella rinascita della città, ma so che dipenderà dagli aquilani che dovranno imporsi sulla classe dirigente. La politica aquilana purtroppo rispecchia fedelmente quella nazionale.  Ed è un vero dolore vedere la città concepita e trattata solo come un osso da rosicchiare. Ci vorrà forse ancora del tempo, ci sono muri che devono ancora crollare e non sono quelli delle nostre case.

Nel frattempo?

Cerco di dare il mio contributo alla vita di tutti i giorni. Perché la presenza e l’attività, a prescindere dall’apprezzamento che si riceve, è sempre uno stimolo importante per andare avanti. Ho deciso di integrarmi sempre più in questa comunità e di sostenerla. Ho fondato la mia società e lavoro all’Aquila, girando spot e video per le aziende locali. Ho aperto un piccolo ufficio e organizzo laboratori di cinema, teatro e fotografia per formare giovani e adulti, contribuendo a far evolvere l’arte e la cultura della città. Sto inoltre preparando due lavori cinematografici, che raccontino questo territorio, un documentario, di cui è ancora presto parlare, e un cortometraggio che lega, in realtà, l’Abruzzo  e la Puglia.

Cosa hanno in comune le due regioni?

Non ho mai dimenticato la mia terra d’origine e spesso ho la fortuna di lavorare anche lì. Puglia e Abruzzo sono sempre state connesse in passato, grazie alla transumanza, che le ha sempre rese regioni sorelle, indispensabili l’una all’altra. Oltre agli ovini, le due regioni si scambiavano anche le idee, i valori e i santi. Il mio prossimo cortometraggio “Giusta”, parlerà di una giovane fanciulla pugliese, Santa Giusta, che abbandonò Siponto, l’odierna Manfredonia, con la sua famiglia per diffondere il messaggio cristiano in Abruzzo e, soprattutto, nella conca aquilana.

Cosa fece?

Qui operò diversi miracoli e venne martirizzata. Il suo esempio fu di ispirazione alla gente locale e tante chiese furono dedicate a lei ed ai suoi parenti. Uno degli antichi quarti dell’Aquila è dedicato proprio a lei e nella cripta di una delle sue chiese, i “villani”, nel medioevo, si allearono segretamente contro i baroni per l’edificazione della città dell’Aquila. Sono rimasto colpito dalla sua storia ed ho deciso di romanzarla in un film. Recuperare le nostre radici, i valori che hanno forgiato le nostre comunità può contribuire a ravvivare la nostra identità.

Lei dice: “Vivere all’Aquila non è semplice”. Ci spiega perchè? 

 Sì, perché spesso le istituzioni sono latitanti, ma non mi arrendo, continuo a rimanere, bussare, cercare aiuto. Alla fine l’aiuto arriva e si riesce ad andare avanti. So che prima o poi le cose miglioreranno. Cerco di avere una fede incrollabile. Da piccolo credevo, come tutti, che la Realtà e il Sogno fossero due dimensioni distinte e per lo più inconciliabili. Che fossimo destinati a vivere in una realtà sempre dolorosa e fallimentare. Oggi scopro con meraviglia che la Realtà non è così reale come sembra. Che è il frutto delle azioni e quindi dei desideri di noi uomini.  E’ allora un prodotto dei nostri sogni anche se, molto spesso, dei nostri incubi. Oggi ho voglia di sognare con più coraggio e agire guidato dall’ottimismo. Sono stanco del nichilismo facile, arrogante e sempre di moda. E’ vero, i nostri “campi” sono pieni d’erbaccia,  ma perché concentrarsi sempre e soltanto su di essa?  Possiamo sradicarla, maledirla, ma continuerà a rinascere. Forse è tempo di iniziare a piantare alberi e fiori e dar loro attenzione e nutrimento. Presto le erbacce si troveranno soffocate, senza più nessuno che le alimenti e, un giorno, il nostro giardino fiorirà.

                                                                                                                           Cinzia Ficco