“Da quando ho scoperto il Sabadì, la mia vita è più …dolce!”

Produce cioccolato a Modica. Era il suo sogno. Per realizzarlo ha cambiato vita. E più volte lavoro. Ora è davvero felice. Perchè ha scoperto il Sabadì.

Si tratta di Simone Sabaini, nato nel ’74 a Isola della Scala, nel Veronese.  “In realtà con questo comune – spiega-  non ho mai avuto alcun legame. Certo,  il primario di ginecologia, che mi ha fatto nascere, era lo zio di mia madre. Sono cresciuto a Villafranca di Verona e lì ho vissuto fino all’età di 25 anni quando mi sono trasferito a Verona, dove sono rimasto fino al 2008. Quell’ anno in cui mi sono spostato  a Modica”.

Ma perchè ha scelto Modica?

Ho scelto e voluto fortemente trasferirmi in Sicilia e in particolare a Modica per il cioccolato, per cui ho una grande passione. Ma soprattutto per ricercare uno stile di vita diverso: ritmi più rilassati e una dimensione relazionale molto meno legata all’affermazione di uno status sociale.

Quando è successo e cosa faceva in Veneto?

 Vivo a Modica da quattro anni. Si è trattato di  una tappa molto importante nella ricerca del mio personale concetto di “qualità della vita”. Un percorso iniziato nel 2004 quando decisi di lasciare il mondo della finanza e, quando, rinunciando a più di metà del mio stipendio, iniziai a lavorare come responsabile della pianificazione strategica e dello sviluppo internazionale per Altromercato, il più importante consorzio europeo di Commercio Equo e Solidale. In Altromercato ho avuto l’opportunità di seguire in prima persona lo sviluppo della filiera del cacao e appassionarmi a questa straordinaria materia prima e alle storie dei contadini che la coltivano.

Poi cosa è successo?

La vita è spesso fatta di momenti, suggestioni che, se assecondati, possono farti cambiare, o semplicemente trovare la strada che cerchii. Ricordo una giornata di luglio di sei anni fa: una Modica deserta poco dopo pranzo, una giornata di luce piena osservata dall’ombra degli stretti vicoli del quartiere ebraico. Ricordo il silenzio della città, il profumo dell’aria e ricordo di aver detto: “voglio vivere qui”. I due anni successivi sono serviti a cercare un’opportunità per concretizzare questo mio desiderio.

Come è stato ripartire  in Sicilia? E’ stato faticoso ambientarsi?

L’inizio è stato al mare, un mare caldo di fine ottobre. I siciliani notoriamente sono molto bravi a farti sentire subito come a casa. Il mio caso non rappresenta un’eccezione. La Sicilia è storicamente terra di dominazioni e i siciliani hanno sviluppato una certa resistenza al cambiamento. Anche in questo caso nessuna eccezione per me.

Ritiene di aver perso qualcosa, lasciando Verona?

Verona è una città bellissima. Forse non abbastanza viva per la mia dimensione cosmopolita, forse un po’ troppo a nord e non abbastanza vicina al mare per la mia dimensione slow. A Verona ci sono le mie radici e quindi torno spesso e molto volentieri.

Cosa, invece, ha guadagnato?

Faccio la vita che avrei sempre voluto fare. Ho  creato un’azienda a mia immagine e somiglianza, che produce prodotti di eccellenza, che sta crescendo bene e mi sta dando parecchie soddisfazioni. Riesco a prendermi, spesso devo ammettere, il tempo per le mie passeggiate al mare, i miei libri, la mia musica. Il mio lavoro mi porta a viaggiare e ad avere relazioni con molte persone, che compensano il fatto di vivere su un’isola.

Agli inizi ha  lavorato come direttore di un’azienda, che produce cioccolato. Ma lei il cioccolato lo voleva fare a modo suo. E ha mollato tutto.

Prima  di trasferirmi in Sicilia ho sempre ritenuto il cioccolato di Modica “potenzialmente” un prodotto per gourmet. Da consumatore molto esigente ho tuttavia sempre trovato che la scelta delle materie prime e alcune caratteristiche della lavorazione tradizionale portassero ad un risultato per me non soddisfacente. Il problema a mio avviso è emerso quando si è deciso di portare un prodotto fatto storicamente per un consumo casalingo sugli scaffali dei negozi.

E quindi?

Riconosco un grande merito a coloro che sono stati capaci di raccontare la storia di questo prodotto e  farlo conoscere al grande pubblico. Riconosco anche  un limite a quanti non hanno avuto il coraggio di dare sostanza a queste suggestioni e adeguare la lavorazione per un prodotto  di eccellenza e che fosse tale non solo se consumato a pochi giorni dalla produzione a Modica, ma anche dopo qualche mese a Milano o a Parigi. Per essere ancora più esplicito, ritengo che l’affioramento del burro di cacao nel cioccolato di Modica sia tecnicamente un difetto.

Perchè?

E’ un difetto, perché il cioccolato perde di lucentezza e si presenta bianco in superficie. Perché quando si spezza tende a sbriciolarsi, ma soprattutto è un difetto perché nella parte grassa risiede gran parte delle note aromatiche e nel momento in cui si separa tale parte i profumi e gli aromi svaniscono. Questi difetti si possono risolvere attraverso il temperaggio, un trattamento termico del cioccolato, che porta alla stabilizzazione delle molecole di burro di cacao. Da non confondere con il concaggio (proprio del cioccolato lavorato ad alte temperature). Il temperaggio porta il cioccolato a temperature (dai 29 ai 32 gradi)  più basse rispetto alla lavorazione tradizionale modicana. Per questo motivo il mio cioccolato è temperato. E non è tutto. La lavorazione a freddo porta  a conservare buona parte delle note aromatiche delle materie prime utilizzate. Diventa pertanto fondamentale un’attenta selezione degli ingredienti. Tutte le materie prime che utilizzo sono selezionate in un modo che gli amici definiscono “maniacale”. Provengono da presidi Slow Food, da commercio equo e solidale e sono biologici. Da poco si è conclusa la lunga procedura di certificazione. Il cioccolato sarà infatti certificato bio da settembre, all’apertura della stagione.

E il nome Sabadì, come le è venuto in mente?

Sabadì è il giorno che forse non esiste. E’ il giorno in cui rallentiamo, in cui riflettiamo su cosa sia veramente importante. E’ il giorno in cui pensiamo a cosa sia la qualità della vita e a quello che facciamo  per raggiungerla. E’ il giorno in cui proviamo a prenderci il giusto tempo per godere delle piccole cose. E’ il giorno in cui ritroviamo il gusto dimenticato delle albicocche che raccoglievamo in campagna da piccoli. E’ il giorno in cui scopriamo quanto possa essere diversa una mela da un’altra. Il nome l’ho inventato io e credo che rappresenti molto bene le mie scelte e il mio stile di vita.

Chi l’ha aiutata a ricominciare?

Ho avuto la fortuna di incontrare persone capaci e amici, che mi hanno aiutato a capire come funzionano le cose. Per il resto, la burocrazia è un problema italiano, non solo siciliano. Da emigrante al contrario mi sento in dovere di sfatare un luogo comune: la Sicilia non è tutta uguale, anche per quello che riguarda la criminalità. Modica e Ragusa sono delle isole felici in questo senso.  E forse questo aspetto ha fatto di questa zona la più ricca della Sicilia.

Dunque, dietro il suo cioccolato una filosofia nuova per lei di vita!

Mi piace pensare al mio cioccolato come ad un prodotto della terra. Ritengo che si percepisca in modo distinto il legame con gli ingredienti e la mia ferma volontà di fare prodotti naturali, esclusivamente con materie prime di natura agricola poco lavorate.  Per questo motivo non uso aromi, essenze, olii di alcun tipo: solo pasta amara di cacao, zucchero di canna, spezie o agrumi. Questo legame con la terra credo rifletta molto le mie scelte di vita e di conseguenza lo stile di Sabadì.

Quanti dipendenti ha?

Tre.

Quanto produce?

Abbiamo iniziato ad operare da poco più di un anno, ma i nostri prodotti stanno riscuotendo un grande successo nei mercati delle eccellenze alimentari in Italia e da qualche mese anche all’estero. Abbiamo iniziato ad esportare in Australia, negli USA, in Giappone, nel Regno Unito, in Francia, nel nord Europa e in Slovenia. Abbiamo avuto il privilegio di essere stati scelti da Eataly come unico cioccolato di Modica presente in assortimento e stiamo trattando con altri importanti department stores europei. Operiamo esclusivamente in mercati di nicchia e la nostra rimarrà credo sempre una piccola realtà artigianale.

A chi piacerebbe far assaggiare il suo cioccolato?

A tutti quei consumatori gourmet, che in passato hanno assaggiato il cioccolato di Modica e ne sono rimasti delusi.

Se le dico Sabadì e turismo, cosa le viene in mente?

Mi viene in mente che in un prossimo futuro uno dei miei obiettivi è aprire una piccola struttura ricettiva nella campagna modicana, in cui  dare l’opportunità, a chi lo vorrà, di assaporare il lento scorrere del tempo di questo magnifico angolo di Sicilia.

Si sente un pò pioniere? Ha concorrenti in italia?

I pionieri di solito sono coloro che aprono una strada che altri poi percorrono. Sinceramente non mi sono mai posto la questione. Cerco di fare quello che mi piace e di farlo nel miglior modo possibile, ogni giorno migliorando. Lo faccio perché è nella mia natura, perché non potrei fare altrimenti, perché diversamente avrei fatto altro.

Una ricetta  per gustare meglio il suo cioccolato?

Prendersi il giusto tempo.

Cosa cambierà con la  certificazione biologica?

A settembre la produzione sarà certificata. Nella sostanza non cambierà molto, le materie prime sono già biologiche. E’ una garanzia ulteriore. Ma il cioccolato non costerà di più.

Sabadi è entrato nel progetto di alcuni food blogger. Mi dice qualcosa?

Si tratta di bellissimo libro, “Fornelli in rete”, ideato dal caro amico Carlo Vischi con cui collaboro  da molti anni e che coinvolge 56 food bloggers italiane.  E’ scritto da Francesca Martinengo. Sono previste molte iniziative collegate al libro nei prossimi mesi. Per quello che ci riguarda è un veicolo molto importante per collaborare con la rete in modo molto diretto.

Progetti per il futuro? Sta studiando nuovi gusti, farà nuovi investimenti, nuove
assunzioni?

A settembre ci saranno grandi novità. Due nuove linee di prodotto, a cui sto lavorando da più di un anno. Vanno oltre il panorama modicano e in particolare una di queste ritengo possa cambiare il modo di vedere il cioccolato, non solo a Modica.

Il suo cioccolato potrebbe essere utlizzato  nella cosmesi?

Essendo un prodotto molto naturale, assolutamente sì.

Quanto si sente tosto?

Se tosto significa capire quello che si vuole e agire di conseguenza, ritengo proprio di sì. Personalmente odio la disonestà intellettuale e ho spesso fatto grandi battaglie per questioni di principio. Le persone che mi conoscono meglio sanno che non sono ostile ad alcuno in modo preventivo e che posso essere il migliore degli amici … ma anche il peggiore dei nemici.

 Per info www.sabadi.it

                                                                                                                       Cinzia Ficco

Dopo Londra, Antonio gioca in casa. Col pallone di Gravina

A 24 anni lavorava nella City. Selezionava personale per le più grandi banche d’affari del mondo (Merrill Lynch, assorbita dalla Bank of America, Goldman Sachs, Lehman Brothers, morta con il crollo di Wall Street, Barclays Capital, Bnp Paribas, Unicredit).

Un giorno Antonio Cucco Fiore, nato nell’81, ha deciso di tirare un calcio alla vita londinese e cominciare a giocare in casa. Il pallone era bello e sistemato su un campo di Gravina in Puglia, sua città natale, da un pezzo. Solo che nessuno ci aveva fatto mai caso. Ma lui, che il fiuto ce l’ha e l’ha affinato all’estero, è riuscito a prenderlo al volo e a farne una delle ricchezze della sua città. Il discorso non ha niente di metaforico. E questa è la storia di un ragazzo che, dopo aver fatto tante esperienze di lavoro e vita fuori dai confini nazionali, ha sentito il richiamo della sua terra, il tacco d’Italia, e lì ha cominciato a pensare di commercializzare in modo serio il pallone, che è un formaggio di origine antichissime.

Ma come ha fatto Antonio, con una laurea in Economia Aziendale all’Università di Bari, un Master of Busieness Administration all’ University of Buckingham di Londra, a lasciare una vita dinamica, una città ben organizzata per una cittadina come Gravina in Puglia?

Antonio ce lo spiegherà in questa intervista.

Ha avuto un bel coraggio. Ma come è andata?

Quando ho preso il volo per Londra ero già laureato a Bari in Economia. Durante un viaggio di piacere a Londra ho deciso di rimanere, facendo lavoretti.

Tipo?

 Il cameriere, l’imbianchino, per qualche settimana. Londra mi piaceva ed ho provato ad iscrivermi all’Università. Avevo tutte le carte in regola per cominciare. Certificazione conoscenza lingua TOEFL, prima laurea. Per questo mi hanno accettato per la Master’s degree. Quasi nello stesso tempo ho trovato lavoro nella City. Mi occupavo di selezione e reclutamento personale attraverso il mandato delle Banche d’affari internazionali.

Poi?

Sono tornato a Gravina per tre mesi. Dovevo scrivere la tesi del mio MBA. Subito mi sono dimesso dal mio lavoro londinese. Ho consegnato la tesi e dopo tre mesi sono ripartito per Valencia, dove ho lavorato per una ONG con un progetto europeo. E’ andata molto bene. Dopo l’esperienza nel Regno Unito, in Spagna ho trovato una quotidianità molto più simile a quella pugliese. Del resto si sa, il Mediterraneo ci unisce a livello culturale.

Com’è Valencia?

Mi attraeva come città. E’cresciuta molto nell’ultimo decennio. Terza città di Spagna per grandezza. Città culturale, turistica ed anche internazional-mediterranea. Nella ONG dove ho lavorato, mi occupavo di redigere con un team, un piano di responsabilità sociale e di comunicazione. Percorso coerente con il master della mia tesi per il mio MBA, che ha riguardato la Corporate Social Responsability and Ethical Finance. Ho cercato di affrontare la materia finanziaria internazionale dal punto di vista etico e sociale. Esistono già parecchie realtà che fanno attività di finanza internazionale, ricorrendo alla finanza islamica nel Magherb, alla Banca Popolare Etica in Italia, alla Grameen Bank in Bangladesh.

Poi l’idea di Murgiamadre e il ritorno in Puglia. Ma cos’è Murgiamadre?

Murgiamadre (food, culture, territory) è un’ Associazione culturale, di cui fanno parte dieci persone con competenze robuste e curriculum eterogeneo. Io ne sono il presidente. La mia vice è Valeria Asaro e il tesoriere segretario è Nico Nuzzi.

Gli obiettivi?

E’ un progetto di valorizzazione del territorio della Murgia Alta, attraverso la trasformazione delle materie prime autoctone in prodotti tipici. L’associazione si occupa di mappatura dei prodotti. Suo compito è anche standardizzare i processi di produzione in modo da renderli adatti ai riconoscimenti di prodotto o filiera.

E ancora?

Si occupa di buone pratiche ed educazione alimentare, di dieta mediterranea murgiana, rendendo visibile il territorio.

Ma cos’è il pallone?

E’ un formaggio a pasta dura filata, fatto da latte crudo, proveniente dai pascoli del territorio della Murgia Alta. Formaggio in apparenza simile al caciocavallo, con delle peculiarità particolari come: la leggera piccantezza, dovuta al caglio, l’occhiatura e la consistenza. Ha origini antichissime. La prima fonte storica scritta risale al 1847 con Lectures on Agricultural, Chemistry and Geology (Edimburgo e Londra). La Regia Enciclopedia del Regno di Napoli del 1849 lo citava come formaggio d’eccellenza e pregio.

Dunque, la valorizzazione dell’Alta Murgia può passare attraverso il pallone!

Il pallone e tutta la filiera potrebbero sicuramente essere uno dei volani di sviluppo con volumi maggiori per il nostro territorio.

Mi diceva che sta lavorando sulla commercializzazione di questo prodotto che, secondo lei, forse, non è mai stata fatta bene.  E’ così? Ma quali erano i limiti?

Le incapacità o punti di debolezza stanno nella scarsa propensione allo stare insieme, nella senilità del comparto, nella insufficiente formazione degli operatori del settore e nell’incapacità ad elaborare pensieri lunghi. 

Dove viene esportato?

Vendiamo attraverso un portale e-commerce (ora in fase di re-styling) e organizziamo eventi. L’export al momento esiste, ma i volumi non ci entusiasmano del tutto. Stiamo lavorando ad una distribuzione più efficace negli USA e nel nord Europa soprattutto, almeno per il momento.

Quanto se ne produce a Gravina?

A Gravina ed in tutto il territorio della Murgia Alta si produce il Pallone da sempre in enormi quantità. Il discorso è che si era perso il nome. S’è chiamato provolone. Oggi abbiamo ripristinato il nome.

Quanti sono i produttori? Sono giovani?

I produttori artigiani sono poco più di una decina. Diventano parecchie decine su tutto il territorio murgiano. Purtroppo, il settore caseario e della trasformazione è un po’ condotto con sistemi antiquati.  Tuttavia abbiamo in cantiere un progetto.

Di che si tratta?

Pensiamo di istituire una scuola d’arte casearia, che era tra i lasciti della Fondazione “Ettore Pomarici Santomasi”  e prevedeva l’addestramento dei ragazzi alla trasformazione del latte in formaggi, una delle peculiarità della zona. Attraverso l’istituzione della scuola professionale d’arte casearia potremo dare opportunità di lavoro a tutte le ragazze ed i ragazzi del territorio, che oggi vivono il disagio della disoccupazione, oltre che assicurare un futuro al comparto.

Dunque, lei ha salvato un prodotto che si sarebbe estinto? E’ così? E ha salvato un territorio: la Murgia. Questo la soddisfa? Non ha nostalgia di Londra?

Con molta probabilità si sarebbe andati incontro all’estinzione del nome soprattutto, che già era entrato in disuso. Il fatto di occuparmi del mio territorio e della mia terra, la Murgia, nasce da un desiderio.

Quale?

Svelare le sue peculiarità. Sono convinto che potrebbe offrire tanto al visitatore curioso, in cerca di territori interni con delle caratteristiche uniche. Sento di appartenere in modo profondo a questo territorio, in cui i contadini come mio nonno hanno dovuto lottare soli in mezzo ad un mare di difficoltà. La Murgia Alta: territorio aspro e sassoso. I nativi si sono specializzati in aridocoltura per via della scarsità d’acqua e di mezzi. Sento di essere un tutt’uno con i contadini e i cafoni, che hanno dovuto faticare e vivere in maniera dura, vivendo con la speranza di poter dare un futuro migliore ai propri figli.

Come ha trovato il suo Sud?

Il SUD è in mutamento come tutto il SUD del Mondo. Pensiamo ai Paesi BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) ad economia emergente, su cui sono puntati i riflettori del mondo! Abbiamo assistito e stiamo assistendo a cambiamenti sociali, come quello della primavera araba. Il nostro SUD non è estraneo a questi scenari. Il mezzogiorno d’Italia ha vissuto per molti, troppi anni una situazione di subalternità rispetto alla parte settentrionale del Paese. Oggi la crisi economica è un’opportunità. Tanti giovani – risorse rientrano. Il nord offre condizioni peggiori, se si guarda anche alla qualità e al costo della vita. Certo il Sud non è IL SUD, ma sono i SUD. Un esempio virtuoso è la mia regione: la Puglia. Oggi tira e corre in maniera superiore alla media nazionale. La Puglia può essere la locomotiva del sud, un po’ come lo è stata la Lombardia in Alta Italia.

Si sente un tipo tosto?

Non credo di avere forze soprannaturali. Credo soltanto di essere tenace e convinto di quello che faccio. Non ho le barriere psicologiche, che affliggono molti miei conterranei. Ho molta volontà e fame per riuscire a dimostrare che anche al SUD si possono realizzare cose interessanti.

Lei non si occupa solo di Murgiamadre, vero?

Lavoro a tempo pieno per un’azienda http://www.remoteangel.it/php/home.php, che ha come core business la localizzazione satellitare. Oggi è leader in Italia in questo settore. Ha sede a Gravina in Puglia. Ha a capo due imprenditori giovani. Il 70% è costituito da donne, l’80% da laureati. Facciamo innovazione tecnologica in un’area interna del SUD. Ho condiviso con i colleghi quel pizzico di pazzia, che serve a realizzare le grandi cose. La maggior parte delle persone è troppo ancorata ad alibi e stereotipi. Non vuole cambiare. Il cambiamento parte da un atteggiamento insito in ognuno di noi. Io vivo la mia quotidianità gravinese come se vivessi in una città del nord Europa.

E cioè?

Uso la bici come mio principale mezzo di trasporto, passo il mio lunch break in palestra o al Bosco Difesa Grande di Gravina.

Cosa consiglia ai giovani che vogliano emigrare?

Sono convinto che un giovane con curiosità e sete di conoscenza debba fare esperienze fuori. E’ la migliore palestra di vita. Il fatto di poter vivere qualche mese o anno fuori, magari effettuare anche un percorso formativo, è il valore aggiunto che serve ai nostri territori per crescere. Sino a quando stereotipi e luoghi comuni affliggeranno soprattutto la gente che vive al Nord, al SUD sarà difficile crescere. Se il SUD saprà, in questa fase, agganciare i mercati internazionali, con un collegamento diretto con gli altri Paesi europei, potrà esercitare un ruolo di protagonista europeo – mediterraneo. L’emancipazione del SUD non può che passare attraverso il legame con la UE.

Il sud ce la farà, a patto che?

Se le persone del SUD impareranno le lingue, studiando o viaggiando e avranno una connessione con il resto d’Europa, tutto potrà cambiare. C’è tanta gente al nord dell’Europa, che ama il Sud Italia. Vivrebbe qui se qualche condizione fosse differente. Se ci fosse più lavoro, ad esempio. Agganciare gente esterna, con nuove idee e diversa cultura porterebbe nuove idee anche da noi.

Torniamo al pallone, si punta alla Dop?

Certo, è un percorso che con molta probabilità porterà alla DOP. Intanto abbiamo avviato le consultazioni con SLOW FOOD per creare un presidio di tutela del Pallone di Gravina. Quella della DOP e quella del presidio sono due  piattaforme internazionali importanti, che tutelano la sicurezza alimentare nei confronti del consumatore, offendo un nuovo prodotto d’eccellenza, sia sotto l’aspetto del gusto che delle buone pratiche legate alla trasformazione della materia prima. Inoltre, si tratta di palcoscenici importanti sotto l’aspetto della comunicazione e del  marketing, che farebbero balzare il Pallone di Gravina sempre più agli onori delle cronache.

L’ha detto, il pallone venderà meglio la Murgia. In concreto come?

Il territorio della Murgia offre qualcosa di nuovo, aspetti paesaggistici importanti, cultura rurale interessante, soprattutto legata alle pratiche del buon vivere, del mangiar bene per stare in forma e della vita salubre. Il visitatore curioso è attratto da tutto questo.

Progetti per il futuro?

Tanti, sono molto impegnato politicamente. Uno su tutti: far diventare Gravina SLOWCITY, dell’eno-agro-alimentare, città dello sport estremo, si pensi alle rupi e alle gravine che qui nascono, delle piste ciclabili, dell’attività sportiva all’aria aperta e anche del turismo con applicazioni tecnologiche.

Non lascerà mai più l’Italia?

L’Italia è il mio Paese ed avrò sempre un rapporto privilegiato ed emotivamente legato. Il cordone ombelicale che mi congiunge alla mia terra non sarà mai rescisso. Ma se rimanessi stuck in Italy, non potrei continuare a crescere, migliorarmi e partorire idee nuove. L’Italia è la mia base principale. Per me, tuttavia, viaggiare è fondamentale. Il viaggio è il cibo dell’anima e della mente. Sono convinto di essere più utile al mio Paese se esco e poi torno. Anche con la MAC&NIL, l’azienda per cui lavoro,  sto intraprendendo un percorso di internazionalizzazione. Tutto questo ci porterà fuori dal mercato domestico: poter portare la tecnologia Made in Murgia, oltre che il Food allover the world, sarà il modo per poter dare al mio territorio la giusta visibilità con orgoglio di appartenenza. Gravina e la Murgia si emanciperanno dagli stereotipi, dalla miseria e dalla superstizione, se sapranno pensare globalmente per agire localmente.

                                                                                                                            Cinzia Ficco