Da Marco ricevo e molto volentieri pubblico questa lettera.
“Sono nato nel 1977 a Napoli. Ho conseguito la licenza media e ho frequentato il primo anno di scuola superiore (I.T.I.S). Poi, però, all’età di quindici anni decisi di cercare un lavoro. Avevo quindici anni.
Da bambino avevo un sogno: fare il calciatore. A sette anni mi iscrissi alla scuola calcio Arci Scampia. Purtroppo l’avventura é durata poco, perché i miei genitori non mi seguivano. In quel periodo non andavano d’accordo e si stavano separando. Ma prima c’erano stati momenti intensi, trascorsi al mare con mia sorella, mio fratello, i miei cugini e le rispettive famiglie.
Con la separazione dei miei, tutto cambiò. In quel momento finì la mia infanzia spensierata. Da allora solo avventure ad alto rischio. Che non mi mancavano, vivendo nella 167 (Scampia), alla periferia nord di Napoli. Lì, ricordo, c’erano terreni immensi e rioni in costruzione, come le Vele. Lì, si giocava e lì, cercavo di imbavagliare il mio dolore. Giocavo tanto con gli amici a pallone, soprattutto, dopo la scuola in estate. Dalla mattina alla sera, sempre fuori. Non ci mancavano i modi per divertirci, ma anche per cacciarci nei guai. Ero un vero scugnizzo. Ma dentro di me bruciava il dolore per la mia famiglia spezzata. Ricordo che amavo mio padre, ma ero molto più legato a mia madre, ai miei fratelli. Uno di cinque anni, mia sorella di dieci. Con lei avevo un rapporto molto intenso. Avevo un legame forte.
Per la separazione dei miei ero arrabbiato con tutto il mondo. Solo i miei amici e la strada mi facevano stare bene. Dopo aver trascorso un periodo con mia madre non tanto bello, io e i miei fratelli decidemmo di stare con nostro padre. Non sapevamo, però, che aveva già un’altra compagna, da cui ebbe altri due figli. Mia madre, da quel giorno, cominciò a non farsi vedere più. Aveva problemi psichici. A quindici anni iniziai a stare con i miei amici il fine settimana. E a fumare gli spinelli. Con il passare del tempo, iniziai a farlo tutti i giorni.
In quel periodo, dopo aver fatto vari mestieri, trovai lavoro come macellaio. Così, imparai a mantenermi da solo. A casa andavo solo per dormire e qualche volta per mangiare. Iniziai a frequentare degli amici che spacciavano droga Di sera dopo il lavoro mi trasformavo. Mi sdoppiavo. Fu allora che iniziai a provare anche la cocaina, che costava molto. I soldi non mi bastavano mai. Così dalle 21 alle 24 spacciavo hashish per poter sniffare. In quelle occasioni un paio di volte provai anche a sniffare l’eroina. Ma per fortuna prevalse l’amore per me stesso e la mia vita. Il mio istinto di sopravvivenza ebbe vita breve.
Ripiombai in quel baratro. C’erano nuovi metodi per assumere l’eroina, che si poteva fumare. Cobret e Crack mi diventarono nomi familiari. Nonostante tutto, gestivo bene il mio lavoro e la relazione con la mia fidanzata. Tra alti e bassi andai avanti per tanto tempo. Un giorno, però, disperato chiesi aiuto alla mia ragazza, a mio padre e a mia madre, che era riapparsa dopo alcuni anni di assenza. I miei fratelli soffrivano nel vedermi star male. Ma la droga per chi non la conosce é un problema molto grande. Che non si risolve con un semplice aiuto. C’erano anche i miei sensi di colpa, perché mi rendevo conto che avevo stravolto la vita di tutti quelli che amavo. I miei cercavano di aiutarmi, ma, a volte, facevano precipitare la situazione. Assumevo sempre più crack. Per procuramelo iniziai a vendere alcuni oggetti di famiglia. Mio padre mi cacciò di casa, la mia fidanzata mi lasciò.
In quel periodo solo mia madre mi accolse per un po’, sino a quando non entrai in una comunità terapeutica ad Avellino. Lì, rimasi solo per due mesi. Il tempo giusto per disintossicarmi e riavvicinarmi a mio padre e alla mia fidanzata. Ero riuscito a venirne fuori.
Iniziai a lavorare come dissossatore a Bolzano in un azienda di speck, guadagnando quasi 3000 euro il mese. Così, sposai la mia fidanzata. Ci spostammo in quella città. Lì, decidemmo di avere un figlio. Ma dopo tante circostanze, il lavoro finì e ci trovammo di nuovo a Napoli. Mia moglie con il pancione. Mi cadde il mondo addosso, perché dovevo rivedere tutte le mie cose. Una ricaduta. Nacque il mio primo amore e dopo un po’ di tempo, ne aspettavamo un altro.
Il guaio é che ogni volta che esci dal circolo della droga, ci rientri. E diventa sempre più difficile smettere. Così tra cobret e crack mi stavo annientando, deludendo di nuovo tutti, anche me stesso. Ormai non riuscivo più a smettere. Un figlio piccolo ed un altro in arrivo, mia moglie soffriva tanto. Un giorno andò in chiesa e conobbe un parroco di nome Don Aniello Manganiello, che decise di parlarmi. Ero un po’ restio nei confronti dei preti, ma lui mi ispirava fiducia. Mi ascoltava e mi era vicino. Non solo. Era l’unico a credere che ce l’avrei fatta. Tutti, invece, mi davano per spacciato.
Dovevo andare via da lì per curarmi. Così, lui mi accompagnò in una comunità a Novara. Il viaggio in treno fu un’odissea. Vedevo allontanarsi da me mio figlio e mia moglie. Nei pressi di Bologna c’erano tre metri di neve. Rimanemmo bloccati per ore e già avevo gli effetti dell’astinenza. In Piemonte rimasi due mesi. A quel punto dovevo fare una scelta: la vita o la morte. Quei sessanta giorni mi servirono per decidere. Ed io decisi di vivere per me, ed i miei figli. Trasformai tutta la sofferenza in odio verso la droga e tutto quello che mi aveva fatto.
La droga è un’illusione. All’inizio ti fa sentire bene, coraggioso, forte, spensierato. Poi, tutto cambia. Non fa altro che annientarti, rendendoti una nullità. Ed io ero entrato pienamente nel nulla.
Il periodo di disintossicazione fu infernale con l’astinenza che mi torturava. Ma mi dava forza il pensiero che una volta guarito non sarei mai più ricaduto. Dopo un po’ di tempo in comunità iniziai a pregare, fare sport, ad assaporare di nuovo le cose veramente belle, che la vita ci dona: il canto degli uccelli, il calore del sole sulla pelle, i fiorellini di primavera.
Nel frattempo scrivevo il mio diario di bordo dalla nascita fino al punto in cui ero arrivato.
Doveva nascere il mio secondo amore ed io volevo esserci. Affrettai i tempi della mia guarigione, ma con le idee molto chiare decisi di andare a casa per riabbracciare la mia famiglia. Il ricordo più bello? Mio figlio che mi aspettava fuori della porta a braccia aperte. Aveva quattordici mesi ed era stato per due mesi senza me. Ma meglio sessanta giorni lontano da lui, che tutta la vita. Riabbracciai mia moglie con il pancione. Mancava poco alla nascita del secondo. Ero pronto a dare tutto me stesso .
Padre Aniello mi seguì anche fuori dalla comunità. Era fiero di me ed io di lui, perché mi aveva dato una grande mano. Dopo un anno mi fece entrare nell’associazione sportiva, e precisamente nell’ oratorio Don Guanella come allenatore, ma, soprattutto, come educatore dei bambini del mio territorio. Grazie ad un altro amico, che era a conoscenza della mia storia, trovai lavoro presso una ditta di servizi con subappalto nelle metrò di Napoli. Un ottimo lavoro che mi consentiva di fare volontariato, ma, soprattutto, di stare con mia moglie e i miei figli.
Nel 2006 ho detto addio alla droga. Sono un uomo felicemente sposato, con due figli di 7 e 5 anni. Abito a Scampia, lavoro sui passaggi a livello dei treni, ma svolgo anche attività di educatore presso la scuola calcio oratorio Don Guanella come volontario. Dimenticavo, da un anno e mezzo non fumo più neanche le sigarette.
Credo che il miglior dono che Dio ci abbia fatto sia quello di poter decidere su se stessi. La colpa di quello che mi è successo? Delle circostanze e della zona, in cui sono cresciuto. Ma non ho rancori verso nessuno. Ora sono libero. Ce l’ho fatta. Spero che il mio libro diario, che ho iniziato a scrivere e che porterò nelle scuole, sia un faro per tanti ragazzi sfortunati”.
Marco







