Da Simona Manuali ricevo e volentieri pubblico questa grande testimonianza di “tostaggine”.

“Perché la notte i pensieri scorrono meglio ed è in una notte stellata come questa che alzo gli occhi al cielo e penso che di certo un anno fa, ormai, non era ancora arrivata la mia ora ed è per questo che sono ancora qui … a guardare il cielo e le stelle, a curiosare tra le pagine di Facebook degli amici, a osservare mio figlio che dorme e a scrivere della Mia vita come se non fosse successo a me, come se fosse stato un film.
Sono nata a Perugia 38 anni fa…mese più mese meno. Ho sempre amato leggere, parlare, scrivere, girare il mondo. Per questo dopo il liceo classico, quando si è trattato di scegliere una facoltà, non c’è stato dubbio: sebbene fin da piccola a chi lo chiedeva rispondevo che da grande avrei fatto il medico, mi sono iscritta alla facoltà di lingue, studiando e approfondendo l’inglese e l’amatissimo tedesco.
Tornando allo scorso anno, ricordo come fosse ieri, quel sabato 15 gennaio. La routine era quella di ogni sabato. Dopo aver accompagnato nostro figlio a scuola, ho iniziato con Giorgio, mio marito, a fare i soliti giri: spesa per casa, spesa per il babbo (che, malato da tempo, usciva poco e delegava me per le faccende pratiche della vita), insomma una mattina come tante. Anche se di diverso da tanti altri sabato, c’era la consapevolezza che dentro di me qualcosa stesse crescendo e quindi la mia routine sarebbe dovuta, di lì a poco, cambiare.
La mattina è scivolata velocemente, mio padre lamentava la sua solita fiacchezza e tutta la sua rabbia nei confronti di un male, che lo teneva ormai chiuso in casa ad aspettare il pranzo, la cena, l’ora di andare a letto. Mi sentivo fisicamente bene, stanca, ma stavo bene. I miei unici pensieri in quel momento erano la malattia di mio padre e l’arrivo, seppur non imminente, di una creatura che avrebbe sconvolto la quotidianità. Creatura cercata e fortemente voluta.
Ho iniziato a sentirmi strana mentre stavo tagliando i capelli a mio marito. Dopo quel giorno, ogni volta che ricompio quel gesto, ho un sussulto e un pensiero strano, che mi pervade.
Ho iniziato a collassare, senza un motivo apparente. Non riuscivo a stare in piedi, avevo voglia di dormire, sentivo un gran freddo e poi, all’improvviso, un caldo opprimente. A fatica sono stata portata a letto, è stata chiamata prima la guardia medica, poi il 118. Comunicato il fatto che fossi incinta, diventava sempre più difficile potermi stabilizzare con dei farmaci. Così, alla cieca, potevano somministrami solo glucosio e fisiologica per reidratarmi. Al tempo stesso, dopo essere nuovamente collassata per sei volte, diventava sempre più urgente il ricovero in ospedale.

La sensazione che si prova quando si sta per svenire è tremenda. Ti rendi pienamente conto di tutto quello che ti circonda e un attimo dopo ti risvegli e pensi che ti sei persa un pezzo, come se saltasse una scena di un film.
Sono partita da casa con un codice verde e sono arrivata in ospedale con codice rosso. I medici mi giravano intorno alla spasmodica ricerca di un ecografo, per capire cosa stesse succedendo dentro. Anche se ormai per loro era solo una conferma di una diagnosi già effettuata: gravidanza extra uterina. L’ecografo, appoggiato sulla mia pancia, non riusciva a vedere nulla, se non sangue. Tanto, tantissimo sangue.
Non c’era tempo da perdere, con un filo di voce, ho pregato i medici di salvarmi la vita e di operarmi quindi al più presto. Ed è vero, sembra un film quando ci si pensa o lo si racconta, ma è spontaneo chiedere: “Vi prego, salvatemi!”.
Dopo quei momenti in pronto soccorso, in cui il mio unico pensiero era quello di far sì che qualcuno comunicasse a mio marito che stavo per essere trasportata d’urgenza in sala operatoria, ricordo poche immagini prima di essere operata e che ho detto a chi mi stava intorno, medici e infermieri: “Ehi ragazzi io sto di nuovo per svenire …” e prontamente, stavolta sì, mi è stata fatta una puntura per evitare un nuovo collasso. Mi ricordo di aver firmato un foglio, più che firmato, scarabocchiato, e mi ricordo il grande, enorme freddo.
Poi mi sono svegliata e avevo accanto mio marito, più stravolto di me, e il medico che ci diceva che mi era stata asportata anche la mia seconda tuba (ultima speranza di procreazione naturale – la prima mi era stata tolta poco prima che restassi incinta per la prima volta), che l’operazione era andata bene e che mi avevano fatto alcune trasfusioni, perché di sangue nella pancia ne avevano trovato tre litri. Proprio tre! L’avevano misurato.

Per il resto, a parte l’iniziale spaesamento per la velocità con cui tutto era successo, per la consapevolezza che potevo tranquillamente essere morta, cosa che il bravissimo e simpaticissimo dottore non faceva altro che rimarcare, sottolineando che mi aveva ripreso per i capelli, mi sentivo bene. Stavo bene ed ero viva.
Ero viva per mio figlio, che mi ha visto andare via di casa in barella, perché “la mamma ha l’influenza e deve fare controlli in ospedale”, per mio padre che doveva essere accudito e aiutato, per mio marito, che è stato forte come non mai, per mia madre e per tutti gli amici, che s’erano subito prodigati per darmi una mano. E dire che poco dopo il primo dei sette collassi avevo chiesto a mio marito di telefonare ai nostri amici per rinunciare alla pizza della sera, perché forse io non mi sarei rimessa in tempo.
E siccome sono una roccia, ogni medico che passava mi dava una pacca sulle spalle, dicendomi: “Signora, lunedì la dimettiamo, tanto lei sta bene!”
Lunedì 17 gennaio alle 20 sono stata dimessa. Con quel senso di spossatezza tipico di chi ha passato qualche giorno in ospedale, e non ce lo dimentichiamo, di chi aveva avuto tre litri di sangue nella pancia, sono tornata a casa e non mi dimenticherò mai l’abbraccio infinito di mio figlio, che in nessun modo voleva staccarsi da me!
Mio padre, dal canto suo, era sollevato del fatto che fossi tornata a casa. Ma aveva sempre più bisogno di sostegno e aiuto. Abitava in un palazzo senza ascensore e per me, dopo l’operazione subita, sarebbe stato difficile fare le scale. Per questo martedì mio marito è andato da lui e mi ha sostituita nelle faccende domestiche, egregiamente mi aveva detto poi mio padre.

Non stava bene, si sentiva fiacco e stanco. Solo, annoiato. L’ultima cosa che mi ha detto è che dovevo fare uno sforzo per andare a trovarlo e io non l’ho trovata questa forza, dopo tutto quello che avevo affrontato. Probabilmente mio padre non aveva neanche capito fino in fondo la gravità di quanto avessi subito.
Il martedì sera non rispondeva né agli sms, che eravamo soliti scambiarci, numerosi, durante il giorno, né alle chiamate che gli facevo. Dopo un paio di telefonate a vuoto ho chiesto a mio marito di andare a vedere cosa fosse successo. L’ha trovato che dormiva davanti alla tv, appoggiato al tavolo della cucina. Respirava, ma non rispondeva. Era, infatti, in coma ipoglicemico, ma è stato prontamente rianimato dal personale del 118, subito accorso.
Mio padre è stato ricoverato in oncologia, dove ormai era tristemente di casa. Ha passato la notte relativamente tranquillo e al mattino, come per nostra abitudine, mi ha inviato un sms. Un suo ironico, sarcastico e vivo sms, come era lui del resto. Diceva che al solito non aveva dormito, come sempre gli succedeva in ospedale, e che i medici a malapena lo avevano guardato.

Quelle sono state le sue ultime parole. Alle 11 di martedì 18 gennaio Giorgio è andato in ospedale, perché voleva essere pronto ad aiutarlo per il pranzo. Aveva una gran fretta di andare da lui, come se sentisse che qualcosa stesse per accadere.
Mi ha sempre raccontato di averci parlato e scherzato fino ad un attimo prima che spirasse. Gli aveva chiesto di spostargli i cuscini, perché non riusciva a respirare bene. È stato quello il suo ultimo pensiero e il suo ultimo respiro.
Ogni volta che penso a quel periodo e quei momenti mi guardo indietro e mi chiedo come ho fatto a superare tutto quanto accaduto in quattro giorni. La vita è veramente strana e ti riserva sorprese incredibili ogni giorno, belle e terrificanti.
I primi giorni ero come anestetizzata dal dolore per la perdita del mio babbo e di un figlio, che non avrei poi più avuto modo di avere. Si era chiuso un capitolo importante e doloroso della mia vita. Ho superato quei momenti, forse anestetizzandomi ancora di più, stando a casa (riposo forzato) e pensando a come con gran velocità la mia vita aveva preso una strada diversa da quella che avevo intrapreso. Era finita un’epoca, l’epoca di essere l’amata figlia di mio padre: da quel momento dovevo solo esserci come mamma del mio unico amato bambino. Mi sono fatta forza su me stessa, l’ho raccontato a tanti, ne ho parlato con tutti, senza remore, ho scherzato sulla mia toccata e fuga dalla morte, sui famosi tre litri (!) di sangue e su tutto quello che mi era successo in soli quattro giorni. Perché parlare fa bene e scrivere ancora di più”.
Simona Manuali