Cielo, un cervello spia con la tromba!

Lo puoi trovare di mattina su Corso Vannucci, di sera nei bar e nei pub. A suonare la tromba.

Vive così Cielo Faccio, 23 anni, a Perugia. “Ma il capoluogo umbro – racconta – è solo una tappa. Suono per raccogliere soldi e realizzare il mio grande sogno: fare la specialistica in Germania e tornare un giorno in Italia”.

Cielo ha la maturità classica, una laurea in psicologia e conosce oltre all’italiano, il tedesco, l’inglese, il francese e lo spagnolo. Attualmente è allievo del Centro Universitario Teatrale di Perugia e vorrebbe completare la sua formazione in psicoterapia e musicoterapia a Berlino. Continue reading

Marco e i Mastri Birrai Umbri

Marco, 33 anni e il progetto Mastri Birrai Umbri.

Il tipo tosto questa volta è il discendente della nota famiglia Farchioni, alla guida dell’omonimo Gruppo alimentare di Giano dell’Umbria, nel Perugino, che più di quindici anni fa ha provato a far prendere una strada nuova all’azienda dei suoi. Ha avuto fiuto. E gli è andata bene. www.mastribirraiumbri.it  Continue reading

Luca: “E per miracolo non ho smesso di sognare”

 

Da Luca Panichi ricevo e con grande piacere pubblico questo contributo.

“Sono nato il 7 marzo del 1969 a Perugia, laureato nel 2005 in Scienze politiche con lode a Perugia e ho seguito un Master in Consulenza e Comunicazione politica a Roma. Sono inviato per un programma di denuncia sociale, che trasmette su Umbria tv “Pianeta Umbria” e Caporedattore di “Mia, mondo intorno agli animali”, diretta tv in onda tutti i venerdi sera sempre su Umbria tv. Collaboro in ricerche sulla pubblica amministrazione a Roma e seguo le attività dell’amministrazione comunale di Corciano, dando contributi e idee. Sono vice-presidente di un’associazione, la Ghismo onlus, che addestra ed affida cani a persone disabili.

Ho praticato ciclismo agonistico per 17 anni, con buoni risultati nell’ottica di passare al professionismo. Ho partecipato a 2 Giri d’Italia dilettanti con le rappresentative regionali delle Marche e dell’Umbria, attestandomi al 40 posto in classifica, vinti da Marco Pantani e Gilberto Simoni. La vittoria a Vigne di Narni, un bel ricordo da Juniores, il 3° posto a Montefiascone di Viterbo a sancire la mia partecipazione garantita al Giro d’italia, come il 9 posto alla Firenze San Patrignano internazionale dilettanti, corsa da protagonista dall’inizio alla fine. Il 18 luglio del 1994 durante il cronoprologo del Giro dell’Umbria che si percorreva da Viterbo a San Martino al Cimino, fui travolto da un’auto, indebitamente presente nel percorso di gara, nella località dove l’anno precedente vincemmo con la nostra squadra il Giro dell’Umbria stesso con Daniele Cignali: paradosso del destino!.

L’incidente mi ha provocato una lesione cervicale a livello c6-c7, per fortuna incompleta, per cui sono riuscito a salvare soprattutto l’uso delle mani, avendo scampato il pericolo di morte nell’aver fratturato pure la seconda cervicale. La prima fase è stata durissima, perché ho subito un intervento chirurgico di stabilizzazione solo dopo nove mesi, in Germania, per cui i tempi della riabilitazione si sono dilatati a dismisura. Durante gli anni della riabilitazione non mi sono mai sentito depresso o sconfitto, ma sempre in uno stato di sospensione, tipico dell’atleta che, nonostante non abbia conseguito il risultato sperato nella gara domenicale, il lunedì è subito pronto per ripartire e migliorarsi. Il motto della prima ora, condiviso con il “pretino” del Cto di Firenze nel quale ero ricoverato in fase acuta: “Sempre avanti”!

La mia famiglia mi è stata sempre molto vicina, in maniera meravigliosa, come la stessa comunità di Magione, che mi ha aiutato per fare la miglior riabilitazione. Mi ha aiutato molto lo stesso mondo del ciclismo, che ha organizzato a più riprese raccolte di solidarietà.

Il primo pianto reale lo feci un anno dopo dall’incidente, il 18 luglio del 1995, quando, mentre ero in Germania, mi fecero vedere la foto del viso di Fabio Casartelli insanguinato, appena deceduto al Tour De France durante una gara. Lì capii ancor di più il senso reale di ciò che cos’è una tragedia, la perdita di una vita, tanto più che aveva avuto un figlio da appena due mesi, e conseguentemente il valore prezioso dell’esserci e di continuare a sorridere alla vita, in ogni situazione. Ogni anno vado a consegnare un premio personale all’atleta più combattivo al Gp Capodarco internazionale dilettanti memorial Casartelli, proprio per mantenere forte il mio legame con il ciclismo ed i valori che riesce a trasmettere https://www.youtube.com/watch?v=g-WDafuioCY.

Nel 2009 mi capitò di scalare gli ultimi 5 km del Blockhouse al Giro d’Italia di ciclismo dei professionisti: gli ultimi 50 metri furono teletrasmessi in diretta durante la cronaca della tappa con commento finale di Cassani e Bulbarelli. Da lì ho preso la palla al balzo per decidere ogni anno di scalarmi una salita, arrivo di una tappa del Giro d’Italia professionisti, per riprendere e rivivere sensazioni vissute, darmi ulteriori stimoli, condividere con gli altri la mia passione di sempre in maniera dinamica. Nel 2010 ho scalato Terminillo e Tonale https://www.youtube.com/watch?v=6dnRljx4y1M, l’anno scorso il Grossglockner https://www.youtube.com/watch?v=3mwq2o_db8E, e quest’anno ho deciso di scalare il Passo dello Stelvio, nella penultima tappa al Giro il prossimo 26 maggio, per spostare in alto il livello della prestazione.

Mi aiuterà una carrozzina in monoscocca di carbonio, che mi verrà consegnata fra una decina di giorni dall’azienda trevisana Progeo. Sarò tecnicamente sostenuto da Lucio Saccarelli.

Per gli allenamenti seguo un ritmo di tre uscite settimanali piene dove alterno salite lunghe e di difficoltà media a salite brevi ad alta difficoltà. Sono seguito dal bravissimo dottor Giovanni Boni, medico sportivo folignate, nel giro della Nazionale azzurra dei “fuori strada”. I  19 km di salita, con pendenza meda del 6,9% prevedo di percorrerli in 8 ora circa e l’obiettivo è cercare di arrivare almeno 2 ore prima dell’arrivo dei corridori, pe poter usufruire di un passaggio in diretta Rai, a sancire l’avvenuta scalata. Non c’è nulla di definito e definibile, per questo, ma sarà tutto un movimento, del resto a riflettere lo stesso andamento della vita. Ciò che conta sarà il viaggio della scalata, l’incontro con le persone, ai bordi delle strade, i tifosi, le squadre, i corridori, per portare un messaggio positivo, di serenità, di gioia nel vivere il proprio limite, cercando, per ciò che sarà possibile di renderlo trionfale, accattivante, condiviso.

Per realizzare tutto questo faccio, oltre che esperienza di agonismo, tante dosi di “convintin” giornaliero e faccio sempre riferimento ad una bellissima frase di Elisa che mi accompagna sempre tutti i giorni: “E miracolosamente non ho smesso di sognare, miracolosamente non riesco a non sperare, e se c’è un segreto, è fare tutto come se vedessi il sole e non qualcosa che non c’è”. Ad maiora. https://www.youtube.com/watch?v=g-WDafuioCY

                                                                                                                          Luca Panichi

Simona: “Toccata e fuga dalla morte. Ma ce l’ho fatta!

Da Simona Manuali ricevo e volentieri pubblico questa grande testimonianza di “tostaggine”.

“Perché la notte i pensieri scorrono meglio ed è in una notte stellata come questa che alzo gli occhi al cielo e penso che di certo un anno fa, ormai, non era ancora arrivata la mia ora ed è per questo che sono ancora qui … a guardare il cielo e le stelle, a curiosare tra le pagine di Facebook degli amici, a osservare mio figlio che dorme e a scrivere della Mia vita come se non fosse successo a me, come se fosse stato un film.

Sono nata a Perugia 38 anni fa…mese più mese meno. Ho sempre amato leggere, parlare, scrivere, girare il mondo. Per questo dopo il liceo classico, quando si è trattato di scegliere una facoltà, non c’è stato dubbio: sebbene fin da piccola a chi lo chiedeva rispondevo che da grande avrei fatto il medico, mi sono iscritta alla facoltà di lingue, studiando e approfondendo l’inglese e l’amatissimo tedesco.

Tornando allo scorso anno, ricordo come fosse ieri, quel sabato 15 gennaio. La routine era quella di ogni sabato. Dopo aver accompagnato nostro figlio a scuola, ho iniziato con Giorgio, mio marito, a fare i soliti giri: spesa per casa, spesa per il babbo (che, malato da tempo, usciva poco e delegava me per le faccende pratiche della vita), insomma una mattina come tante. Anche se di diverso da tanti altri sabato, c’era la consapevolezza che dentro di me qualcosa stesse crescendo e quindi la mia routine sarebbe dovuta, di lì a poco, cambiare.

La mattina è scivolata velocemente, mio padre lamentava la sua solita fiacchezza e tutta la sua rabbia nei confronti di un male, che lo teneva ormai chiuso in casa ad aspettare il pranzo, la cena, l’ora di andare a letto. Mi sentivo fisicamente bene, stanca, ma stavo bene. I miei unici pensieri in quel momento erano la malattia di mio padre e l’arrivo, seppur non imminente, di una creatura che avrebbe sconvolto la quotidianità. Creatura cercata e fortemente voluta.

Ho iniziato a sentirmi strana mentre stavo tagliando i capelli a mio marito. Dopo quel giorno, ogni volta che ricompio quel gesto, ho un sussulto e un pensiero strano,  che mi pervade.

Ho iniziato a collassare, senza un motivo apparente. Non riuscivo a stare in piedi, avevo voglia di dormire, sentivo un gran freddo e poi, all’improvviso, un caldo opprimente. A fatica sono stata portata a letto, è stata chiamata prima la guardia medica, poi il 118. Comunicato il fatto che fossi incinta, diventava sempre più difficile potermi stabilizzare con dei farmaci. Così, alla cieca, potevano somministrami solo glucosio e fisiologica per reidratarmi. Al tempo stesso, dopo essere nuovamente collassata per sei volte, diventava sempre più urgente il ricovero in ospedale.

La sensazione che si prova quando si sta per svenire è tremenda. Ti rendi pienamente conto di tutto quello che ti circonda e un attimo dopo ti risvegli e pensi che ti sei persa un pezzo, come se saltasse una scena di un film.

Sono partita da casa con un codice verde e sono arrivata in ospedale con codice rosso. I medici mi giravano intorno alla spasmodica ricerca di un ecografo, per capire cosa stesse succedendo dentro. Anche se ormai per loro era solo una conferma di una diagnosi già effettuata: gravidanza extra uterina. L’ecografo, appoggiato sulla mia pancia, non riusciva a vedere nulla, se non sangue. Tanto, tantissimo sangue.

Non c’era tempo da perdere, con un filo di voce, ho pregato i medici di salvarmi la vita e di operarmi quindi al più presto. Ed è vero, sembra un film quando ci si pensa o lo si racconta, ma è spontaneo chiedere: “Vi prego, salvatemi!”.

Dopo quei momenti in pronto soccorso, in cui il mio unico pensiero era quello di far sì che qualcuno comunicasse a mio marito che stavo per essere trasportata d’urgenza in sala operatoria, ricordo poche immagini prima di essere operata e che ho detto a chi mi stava intorno, medici e infermieri: “Ehi ragazzi io sto di nuovo per svenire …” e prontamente, stavolta sì, mi è stata fatta una puntura per evitare un nuovo collasso. Mi ricordo di aver firmato un foglio, più che firmato, scarabocchiato, e mi ricordo il grande, enorme freddo.

Poi mi sono svegliata e avevo accanto mio marito, più stravolto di me, e il medico che ci diceva che mi era stata asportata anche la mia seconda tuba (ultima speranza di procreazione naturale – la prima mi era stata tolta poco prima che restassi incinta per la prima volta), che l’operazione era andata bene e che mi avevano fatto alcune trasfusioni, perché di sangue nella pancia ne avevano trovato tre litri. Proprio tre! L’avevano misurato.

Per il resto, a parte l’iniziale spaesamento per la velocità con cui tutto era successo,  per la consapevolezza che potevo tranquillamente essere morta, cosa che il bravissimo e simpaticissimo dottore non faceva altro che rimarcare, sottolineando che mi aveva ripreso per i capelli, mi sentivo bene. Stavo bene ed ero viva.

Ero viva per mio figlio, che mi ha visto andare via di casa in barella, perché “la mamma ha l’influenza e deve fare controlli in ospedale”, per mio padre che doveva essere accudito e aiutato, per mio marito, che è stato forte come non mai, per mia madre e per tutti gli amici, che s’erano subito prodigati per darmi una mano. E dire che poco dopo il primo dei sette collassi avevo chiesto a mio marito di telefonare ai nostri amici per rinunciare alla pizza della sera, perché forse io non mi sarei rimessa in tempo.

E siccome sono una roccia, ogni medico che passava mi dava una pacca sulle spalle, dicendomi: “Signora, lunedì la dimettiamo, tanto lei sta bene!”

Lunedì 17 gennaio alle 20 sono stata dimessa. Con quel senso di spossatezza tipico di chi ha passato qualche giorno in ospedale, e non ce lo dimentichiamo, di chi aveva avuto tre litri di sangue nella pancia, sono tornata a casa e non mi dimenticherò mai l’abbraccio infinito di mio figlio, che in nessun modo voleva staccarsi da me!

Mio padre, dal canto suo, era sollevato del fatto che fossi tornata a casa. Ma aveva sempre più bisogno di sostegno e aiuto. Abitava in un palazzo senza ascensore e per me, dopo l’operazione subita, sarebbe stato difficile fare le scale. Per questo martedì mio marito è andato da lui e mi ha sostituita nelle faccende domestiche, egregiamente mi aveva detto poi mio padre.

Non stava bene, si sentiva fiacco e stanco. Solo, annoiato. L’ultima cosa che mi ha detto è che dovevo fare uno sforzo per andare a trovarlo e io non l’ho trovata questa forza, dopo tutto quello che avevo affrontato. Probabilmente mio padre non aveva neanche capito fino in fondo la gravità di quanto avessi subito.

Il martedì sera non rispondeva né agli sms, che eravamo soliti scambiarci, numerosi, durante il giorno, né alle chiamate che gli facevo. Dopo un paio di telefonate a vuoto ho chiesto a mio marito di andare a vedere cosa fosse successo. L’ha trovato che dormiva davanti alla tv, appoggiato al tavolo della cucina. Respirava, ma non rispondeva. Era, infatti, in coma ipoglicemico, ma è stato prontamente rianimato dal personale del 118, subito accorso.

Mio padre è stato ricoverato in oncologia, dove ormai era tristemente di casa. Ha passato la notte relativamente tranquillo e al mattino, come per nostra abitudine, mi ha inviato un sms. Un suo ironico, sarcastico e vivo sms, come era lui del resto. Diceva che al solito non aveva dormito, come sempre gli succedeva in ospedale, e  che i medici a malapena lo avevano guardato.

Quelle sono state le sue ultime parole. Alle 11 di martedì 18 gennaio Giorgio è andato in ospedale, perché voleva essere pronto ad aiutarlo per il pranzo. Aveva una gran fretta di andare da lui, come se sentisse che qualcosa stesse per accadere.

Mi ha sempre raccontato di averci parlato e scherzato fino ad un attimo prima che spirasse. Gli aveva chiesto di spostargli i cuscini, perché non riusciva a respirare bene. È stato quello il suo ultimo pensiero e il suo ultimo respiro.

Ogni volta che penso a quel periodo e quei momenti mi guardo indietro e mi chiedo come ho fatto a superare tutto quanto accaduto in quattro giorni. La vita è veramente strana e ti riserva sorprese incredibili ogni giorno, belle e terrificanti.

I primi giorni ero come anestetizzata dal dolore per la perdita del mio babbo e di un figlio, che non avrei poi più avuto modo di avere. Si era chiuso un capitolo importante e doloroso della mia vita. Ho superato quei momenti, forse anestetizzandomi ancora di più, stando a casa (riposo forzato) e pensando a come con gran velocità la mia vita aveva preso una strada diversa da quella che avevo intrapreso. Era finita un’epoca, l’epoca di essere l’amata figlia di mio padre: da quel momento dovevo solo esserci come mamma del mio unico amato bambino. Mi sono fatta forza su me stessa, l’ho raccontato a tanti, ne ho parlato con tutti, senza remore, ho scherzato sulla mia toccata e fuga dalla morte, sui famosi tre litri (!) di sangue e su tutto quello che mi era successo in soli quattro giorni. Perché parlare fa bene e scrivere ancora di più”.

                                                                                                                      Simona Manuali