Michela contro la Mafia, Nonostante la paura

“C’erano tante file di poltrone vuote, avevo l’imbarazzo della scelta, così optai per una poltrona in terza fila e decisi che quello sarebbe stato il mio posto, dal momento che mi consentiva di vedere tutto quello che accadeva in aula. Volsi lo sguardo intorno e scoprii numerose gabbie che somigliavano tanto a quelle dello zoo; dentro c’erano tutti gli imputati: alcune celle erano affollate, altre meno. Proprio dietro le mi spalle c’era una gabbia con un uomo solo, di mezza età, seduto con aria piuttosto seccata. Lo guardai e mi fece pena. “Mischinu! Stu vecchiariddu – pensai – Chi potti fari? Pari malatu”. Continue reading

Maria Chiara, Angelica e la fava cottora dell’Amerino

Il loro sogno – dimostrare che l’autosufficienza alimentare è possibile – lo coltivano in Umbria, nel Ternano.

Le tipe toste questa volta sono Maria Chiara Flugy (37) e Angelica Tartamelli (33). La prima, di Palermo, si è trasferita nel polmone verde d’Italia dodici anni fa, quando ha conosciuto Alessandro con cui è sposata da dieci e con il quale nel 2009 ha inaugurato il PeR www.per.umbria.it.

La seconda è nata e vive a Frattuccia, una frazione di duecento anime del Comune di Guardea. Continue reading

Shobha: “Vivo per cercare nel mondo le dee scalze”

Anche oggi vi propongo un’intervista, realizzata da Maria Andaloro, ad una tipa tosta: Shobha.

Shobha, è una fotografa palermitana, ha girato il mondo, immortalando perfino il compleanno di Saddam Hussein.

Shobha è palermitana, del 1954. Seconda di tre figlie, nel 1970 si trasferisce a Milano, dove studia musica, nel ‘76 si trasferisce in India, dove si dedica alla meditazione e alla musica orientale. Dal 1980, per due anni vive negli Stati Uniti.
Dopo queste esperienze torna a Palermo, dove inizia a fotografare per il quotidiano “L’Ora” insieme alla madre, Letizia Battaglia.

Cosa significa e quanto conta essere figlia d’arte?
Nella mia famiglia, sin da bimba ho respirato creatività, eravamo sempre in movimento, la casa era frequentata da artisti, mia madre ci portava alle mostre e ai concerti. Ricordo che sin da piccola sognavo di viaggiare in Paesi lontani. L’India è arrivata dentro di me a 16 anni grazie alla meditazione, e l’amore per la musica di quel meraviglioso Paese.
A 21 anni, ero ormai maggiorenne, partii per l’India. Da subito mi sono sentita a casa, c’era qualcosa di antico di arcaico e di gentile in questa terra che mi accoglieva e che riconoscevo come casa. Vivevo nell’Ashram a Pune, era frequentato da tantissimi ricercatori. Da giovane crescere in mezzo a tante diversità è stato importante per la mia crescita spirituale Grazie a mia madre sono nata su questa terra e grazie alla sua mentalità mi sono sentita libera. Oggi più che mai sento il suo amore, anche se vado per mesi lontana da Palermo, la sento quasi ogni giorno con una breve telefonata o con le e-mail, il suo amore mi dà forza. Quando si è giovani si scappa e poi si ritorna. L’India è anche lei una grande madre che accoglie tutti i suoi figli, qui mi sento accettata per quello che sono, mi sento libera di essere me stessa e la gente è meravigliosa. Ho vissuto in case diverse, in tante città, villaggi e nazioni, ho conosciuto gente speciale, che mi ha aiutato a capire che la vita è un dono da vivere pienamente e che in questo passaggio devo lasciare il meglio di me. Mia madre mi ha capito e mi ha lasciato andare, mio padre l’ha capito con il tempo e forse ne ha sofferto un po’. E tutte le volte che mi fermavo da qualche parte, dopo un po’, il mio viaggio doveva continuare, forse perché ho sempre sentito una grande spinta e curiosità per il mondo, ma l’India e la Sicilia sono stati sempre i miei punti fermi e le mie radici sono qui e lì! Grazie a mia madre, avevo 28 anni, ho avuto l’opportunità di intraprendere il lavoro di fotografa, proprio a Palermo, al giornale “L’Ora”. Questo rapporto di lavoro ha creato un legame in più. Fotografiamo in modo diverso, ed è un bene, ma ci sosteniamo a vicenda.

Hai viaggiato in tutto il mondo, America, India, Africa, Cina, scattato servizi di moda a Cuba durante l’embargo, anche il compleanno di Saddam Hussein. Quale esperienza non potrai mai dimenticare?

Ho viaggiato in tutto il mondo, senza sentirmi quasi mai una turista. La macchina fotografica mi ha aiutato a guardare le cose dritte in faccia, senza illusioni. Spesso sono le donne le protagoniste delle mie storie, forse perché le donne sanno cosa è la compassione, amano incondizionatamente e questo le porta ad essere più aperte. Spesso i miei reportage hanno denunciato violenze e soprusi, ma anche gioie, nascite e morte, la vita nella sua completezza è un mistero, non riesco mai a dimenticarlo. Ho documentato anche la moda qualche volta, ma non ho usato mai modelle o modelli o studi e set fotografici, tutto accadeva in strada. A Cuba, la moda fu un pretesto per raccontare quella vita di tutti i giorni cha avevo amato nel periodo in cui ci avevo vissuto anni prima, una vita esplosiva, gioiosa, ma anche lenta e decadente. Poeti, artisti musicisti, lavoratori e famiglie che avevo conosciuto, che volevo raccontare e l’embargo sicuramente! L’Iraq mi è rimasto dentro perché l’ho vissuta male. Ho sofferto molto in quei giorni, a parte il reportage su Saddam e il suo compleanno. Mi sono sentita impotente davanti a tanto dolore. Le donne, i giovani, i bambini di quel Paese soffrivano troppo, troppa violenza. Ho incontrato madri disperate che mi chiedevano di portar con me i loro bambini per salvarli dalle atrocità della guerra.

Un piede sempre in Sicilia. Per una fotografa è più forte il desiderio di partire o quello di tornare?

Ancora oggi ho sempre dentro di me il bisogno di partire e tornare, ogni volta ritorno arricchita da qualcosa, come se avessi conquistato una parte di mondo.

Spesso ti confronti col mondo della disabilità, hai realizzato un progetto sui minori autistici e uno con i ragazzi down.
Nella disabilità molto spesso c’è un linguaggio esoterico, profondo, un linguaggio dei sentimenti. Mi affascina ed è per me determinante evidenziare la dignità di queste creature che non hanno maschere, sono più fragili e senza finzioni.

Parlaci di “Mother India school”.


È una scuola itinerante, di vita, di esperienze. In questo periodo la base è ancora a Goa, ma potrebbe esserlo in Bangladesh o in Cambogia, oppure in Sicilia. Organizzo workshop fotografici individuali e di gruppo, incontri con giornalisti scrittori e poeti del luogo, ho voglia di trasmettere l’India che amo e di far conoscere la sua grande bellezza e spiritualità, ma anche le sue contraddizioni. www.motherindiaschool.it

Parlami dei tuoi ultimi lavori.
I miei ultimi progetti, fotografie e video, li ho realizzati in Bangladesh. Qui ho incontrato donne sfigurate dall’acido, che venivano operate da chirurghe internazionali, su piccole navi ospedali lungo il fiume,delle volte a molte ore di cammino dai piccoli villaggi. Poi, in Cambogia, sempre con foto e video, ho documentato nei monasteri la poetica e frugale vita delle Nun, suore buddiste, scampate al genocidio di PolPot. Contemporaneamente sto seguendo con molta passione la fatica delle donne che lavorano in situazioni molto pesanti. Così ho lavorato, con foto e video, sulle Dee della polvere, le Dee del fiume, sulle bambine operaie, a reddito bassissimo. E poi, ancora, sto documentando la vita delle “donne scalze”, occidentali con storie particolari alle spalle e che in India hanno trovato rifugio, e poi…tanto altro ancora.

                                                                                                                                                                                                                                Maria Andaloro

                                      http://www.magmagazine.it/2012/04/12/senza-illusioni/

 

 

“Vent’anni”, un omaggio a Palermo e ai suoi eroi

Un omaggio a Palermo, e, soprattutto, ad alcuni dei suoi eroi: i magistrati Giovanni Falcone,  Paolo Borsellino e i componenti – uomini e donne – delle scorte, che morirono nelle stragi del ’92. 

E’ il libro “Vent’anni, curato da Daniela Gambino ed Ettore Zanca, edito da Coppola www.coppolaeditore.com, in uscita il 18 maggio prossimo. Racconti, interviste, testimonianze, impressioni, monologhi teatrali e testi di canzone, per non dimenticare. Sembra il diario di una partecipazione emotiva, un ritratto di Palermo e del Paese. Emozioni intime che diventano condivise.

Ne parla uno degli autori, Ettore Zanca, nato a Palermo, nel ‘71, consulente legale, oggi residente a Colleferro.

Come è nata e, soprattutto, quando, l’idea di scrivere un libro come Vent’anni?

Cominciamo col dire che l’idea di scrivere un libro è nata da un amore per la Sicilia e per Palermo in particolare, che si è fuso col mio. L’idea è venuta a Daniela Gambino, il cui curriculum corposo e onorevole la classifica a buon diritto scrittrice, contrariamente a me che sono poco più che esordiente. Daniela ha parlato con un altro cervello in ebollizione, che è l’editore Salvatore Coppola, il quale, se un progetto si contorna di semplicità non gli piace. La semplicità non appartiene ai sognatori e vola bassa. Siccome l’idea era abbastanza audace allora lo ha preso. Hanno concepito un libro che aveva una domanda semplice: dov’eri e che facevi al momento delle stragi? da porgere ad alcune persone famose, ma vicine alla gente. Nel momento in cui il libro è stato messo in cantiere, l’editore mi ha incluso con un racconto sui magistrati: il mio modo di testimoniare, scrivendo.

Poi?

Ho chiesto se anche io potevo intervistare altre persone, che sarebbero state onorate di portare il loro contributo. Salvatore e Daniela hanno acconsentito. Da quel momento la magia è iniziata e mi sono trovato incluso in un sogno di cui non li ringrazierò mai a sufficienza.

Sulla quarta di copertina si legge: “Abbiamo provato a riportare e riportarci alla memoria due stragi del 1992 nel modo più dolce possibile. Come riaprire una ferita per curarla meglio, con più amore. Sono venuti fuori ricordi con la sete di giustizia, la voglia di consegnare un mondo più onesto, l’eredità morale, la consapevolezza che non c’è ancora un colpevole certo e non ha pagato del tutto chi dovrebbe pagare.” Chi avrebbe dovuto pagare e non ha pagato? Cosa vuole dire?

Che manca un passaggio finale, quello di chi davvero ha pensato tutto questo. Manca il punto esatto, in cui, chi ha eseguito le stragi si incrocia e si fonde con chi quelle stragi le ha volute, perché sapeva che peso politico e che planimetria devastante avesse eliminare Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Per usare una metafora calcistica sappiamo chi erano le squadre che materialmente hanno agito, ma non sappiamo chi allenava, chi si metteva a guardare dall’alto l’accaduto con posti in prima fila e con responsabilità precise per avere commissionato e pianificato.

 E quale il messaggio più ampio che lanciate con questo libro?

Il messaggio più ampio è che a metà tra lacrime e tenacia, chi ha portato la sua testimonianza non dimentica, ma nemmeno archivia. Che abbiamo la memoria lucida e netta. Che non c’è alcuna intenzione di prendere Giovanni, Paolo e chi è morto con loro e per loro, farne dei ritratti con una bella cornice e rimirarli solo nel momento delle commemorazioni, che ogni giorno sono esempi di educazione, legalità e dedizione al dovere. Non solo.

Vada avanti!

Vogliamo dire che a volte fa male rivedere i filmati d’epoca sempre più lontana. Ma di quel dolore siamo felici, perché la loro ferita ci appartiene e non la vogliamo chiudere, forse curare meglio. Mi aspetto e spero che sia un libro inviso agli ambienti ingessati della letteratura e della società, ma amato da chi ama Palermo e ha amato, da chi ha dato la vita per lei. Anche con tutto il male unito alla bellezza devastante, che questa città contraddittoria può portare.

Chi vorrebbe che lo leggesse?

Chi vuole ricordare, chi vuole conoscere, perché non era nato. Vorrei anche che lo leggesse chi ancora crede ai luoghi comuni. Perché è un libro in cui la Sicilia è presa a esempio di civiltà, reazione e educazione alla legalità, in ricordi che provengono da tutta Italia: da Trento con Carlo Palermo e Denise Fasanelli, alla Sicilia con numerose e importanti testimonianze

Che idea ha delle stragi del ’92?

Prendo spunto da una affermazione che mio padre diceva, definendo quei giorni terribili. Ci sono state braccia locali, che hanno eseguito disegni altrui, geograficamente lontani da Palermo. E quei disegni sono ancora in gran parte inediti. A questo proposito una idea chiara all’ interno del libro la dà Ferdinando Imposimato con la sua testimonianza. Ma non voglio svelarvi niente.

A Radiobici.it, qualche giorno fa, Il procuratore aggiunto della Procura distrettuale Antimafia di Palermo, Antonio Ingroia, ha detto che le trattative Stato mafia non sono finite. Cosa dice?

Sì, ho sentito. Penso che Ingroia abbia una visione chiarissima e felicemente sintetica della situazione italiana, abbia il polso della lotta alla mafia. Colpisce molto il passaggio sui pezzi deviati di Stato, che continuano a trattare con le mafie. Il problema è che per troppa gente in Italia ciò che non viene detto in tv non esiste. Così si produce il maggior nutrimento, di cui la criminalità si nutre. Il silenzio.

La notizia è di cinque giorni fa: l’europarlamentare Sonia Alfano  è  diventata il Presidente della CRIM, la prima Commissione Antimafia dell’Unione Europea. Si occuperà di rafforzare la cooperazione tra tutti gli organi che, a livello nazionale, europeo e internazionale, sono impegnati nella lotta al crimine organizzato. Sarà sufficiente per battere la mafia?

Qualsiasi progetto antimafia ha bisogno di condivisione, di non lasciare soli coloro che stanno sul campo. Se veramente l’opera di supervisione e monitoraggio dei territori avverrà con impegno e la collaborazione delle polizie, è un passo importante. Ma credo che Giovanni Falcone avesse visto lungo quando ipotizzava una maggiore rapidità delle azioni di coordinamento delle polizie, dell’attenzione ai movimenti finanziari internazionali e dello snellimento delle procedure di rogatoria internazionale.

Secondo lei quanto nell’agenda di Governo degli ultimi venti anni è entrata la parola mafia?

Anche troppe, ma con l’intenzione di derubricarla e facendola apparire quasi un retaggio del passato. Ci sono state iniziative che hanno materialmente fatto entrare in Italia senza starci troppo a pensare, capitali di dubbia provenienza, quasi una lavanderia istituzionale. Mi viene in mente Francesco De Gregori, che nella canzone Bambini venite parvulos, dice: ‘Legalizzare la mafia sarà la regola del duemila, sarà il carisma di Mastro Lindo a organizzare la fila”.

Cosa è cambiato dal ’92 a Palermo? Ci indichi un personaggio che è rimasto tosto in questi venti anni.

In questi anni a Palermo ci siamo comportati in maniera simbolicamente gattopardesca, siamo cambiati per non cambiare. Per quanto mi riguarda posso dire sulla mia pelle che la città si stia comportando da madre snaturata.

In che senso?

 Lascia andare via i figli che la amano di più e la porterebbero in palmo di mano, oppure li fa restare a condizioni inique. Io, che vivo a Colleferro, tornerei a lavorare nella mia città anche domani. Ma se è difficile trovare lavoro dovunque, nella mia amata città è un privilegio ancora più complicato. In più da buon palermitano non sono per nulla contento del silenzio di questi anni, mai foriero di buone notizie. Come persone di esempio viene facile indicare Ingroia. Lui e alcuni colleghi della magistratura come Scarpinato e Del Bene, che fanno un lavoro oscuro e a volte ostacolato. Ma sicuramente tosti sono tutti coloro che restano e si sbattono per una città più onesta, anche se non famosi

Un messaggio a quello che sarà il nuovo sindaco di Palermo

Speravo che la campagna elettorale fosse già un simbolo di cambiamento. Palermo poteva diventare davvero la capitale della rivolta del voto. Invece, si è assistito a contrasti e beghe poco edificanti. Al nuovo sindaco posso solo dire di essere cosciente di ciò che si può fare a Palermo, non accettando compromessi e clientelismi. È una città capace di essere bella a volte pure da trascurata. Spero non succeda quello che è capitato al Tiranno Dionisio I.

E cioè?

A Siracusa nel 403 a.c. Dionisio I era talmente odiato, che tutti lo volevano morto. Poi quando morì,  venne uno peggiore. E si pregava per farlo ritornare in vita.

Nel libro ci sono le testimonianze di Rita Borsellino e Maria Falcone: una frase, un’espressione di queste due donne che le è rimasta impressa?

Entrambe le testimonianze sono state ascoltate da Daniela, che le ha riferite con le lacrime agli occhi per la commozione. Di Maria Falcone conserverò un ricordo.

Ci dica!

Porterò nel cuore una frase in particolare. Quella in cui racconta che sua madre è da considerarsi una vittima di mafia a tutti gli effetti, perché è morta dopo l’uccisione di Chinnici. Allora aveva tanta paura di perdere il figlio. Poco tempo prima aveva detto a un’amica: “Giovanni l’ha salvato Chinnici, ma adesso che non c’è più chi lo protegge?”

Di Rita Borsellino?

Ci ha raccontato che Paolo e Giovanni arrivavano alla soluzione delle iniziative da prendere come pool antimafia, litigando come matti. Rita racconta anche che Caponnetto, invece di mediare, li lasciava soli, sapeva che dal loro urlare sarebbe scaturito qualcosa di positivo. Ma rimando al libro.

Secondo lei col tempo scopriremo altro di quelle stragi?

Forse come successe con Mani pulite nel ‘92, quando qualcuno della classe politica attuale sarà un dinosauro stagionato e passato di moda, forse ribadisco, si ipotizzerà l’ovvio e si comincerà a parlare di sillogismi, di motivi veri per cui due rappresentanti delle istituzioni, dello Stato, da quello Stato sono stati uccisi. Allora forse saranno mandate in tv in modo integrale le interviste fatte da Borsellino, prima di morire. Di sicuro non solo non è stato detto tutto, non è stato detto ancora troppo di quello che si dovrebbe sapere.

 I nomi di Borsellino e Falcone fanno ancora paura?

Luca Tescaroli ha detto nel libro che, paradossalmente, hanno fatto ancora più danni per la criminalità da quando non ci sono più. Hanno lasciato in eredità un teorema, per cui nulla è invincibile. Fanno paura perché se e spero quando si farà luce sulla loro morte in modo definitivo, si chiuderà un cerchio che comprende fin troppa attualità politica e istituzionale.

Considera utile la nuova Agenzia nazionale per l’amministrazione dei beni confiscati e sequestrati alle organizzazioni criminali?

Se sveltisce le assegnazioni e agevola la loro gestione, sì. L’Italia è il Paese in cui le cose cambiano a volte solo creando qualcosa che ha un nome nuovo o chiamando una cosa vecchia in un’altra maniera. Serve a prendere tempo e far finta di snellire.

Concludiamo con Rita Borsellino, battuta alle primarie.

Credo che Rita Borsellino sia stata vittima di persone che non so quanto inconsapevolmente l’hanno fatta cadere in un equivoco politico.

Che significa?

O si sceglieva un candidato col nome pesante o si facevano le primarie. Accettare questo ibrido ha significato suicidio politico e smembramento. Mi auguro che non se ne patiscano le conseguenze.

                                                                                                                            Cinzia Ficco

 

 

Alla stesura del libro hanno partecipato:

Salvatore Coppola, Maria Falcone, Rita Borsellino, Ignazio Arcoleo e Roberto Gueli, Letizia Battaglia, Rachid Berradi, Augusto Cavadi, Luigi Ciotti e Raffaele Sardo, Amelia Crisantino, Gaetano Curreri, Giuseppe Di Piazza, Daniela Gambino, Alfonso Giordano, Maurilio Grasso, Stefano Grasso e Corrado Fortuna, Enzo Guidotto, Sebastiano Gulisano, Ferdinando Imposimato, Pina Maisano Grassi e Chiara Caprì, Antonio Mazzeo, Natya Migliori, Marilena Monti, Carlo Palermo e Denise Fasanelli, Aldo Penna, Pippo Pollina, Enrico Ruggeri, Luca Tescaroli, Ettore Zanca.

 

 

Ettore Zanca nato a Palermo nel 1971. Vive a Colleferro (Roma), laureato in giurisprudenza, scrittore, blogger, giornalista online. Cura un editoriale dal titolo Fango e Stelle per la testata di informazione web Informare per Resistere, è autore per il quotidiano online “La Valle dei Templi”. I suoi articoli sono tradotti in inglese dalla testata web Times of Sicily  e recensito in Spagna dal blog A Madrid si muove un’altra Italia. I suoi racconti di narrativa sono sfociati nella raccolta attualmente in visione ad alcune case editrici, intitolata E vissero tutti feriti e contenti. Co-fondatore di una testata indipendente contro le criminalità organizzate, denominata Rete di giornalisti antimafie. Intorno a maggio 2010 la testata online nazionale “Giornalettismo.com” ha cominciato a pubblicare una sua collana narrativa di racconti brevi, intitolata Antieroi antimafia. ha scritto per La Provincia di Frosinone il racconto il promontorio più bello del mondo, dedicato a Paolo Borsellino. Tra le sue passioni, c’è l’amore sconfinato per la sua città natale, Palermo, a cui ha dedicato un racconto pubblicato su “Giornalettismo”, intitolato Troppu scrusciu; la lettura di Alajmo, Carofiglio, Cavina, Perrone, in testa come narratori, Palazzolo e Bolzoni come autori di libri-inchiesta, il calcio, in ogni sua forma visibile e giocabile. Ha pubblicato sul Guerin sportivo l’inchiesta Calcio e Mafie, intervista a Daniele Poto. Infine la musica, Ruggeri, Fabi, Stadio, Liga, Vasco, Alessandro Mancuso, Tinturia, Van Des Sfroos, tra i preferiti. Vincitore del premio letterario Il convivio, Giardini Naxos 2010 con il racconto “Il colore che non esiste” e del concorso Fame di parole 2012 per racconti sui disturbi alimentari, della Società Italiana di Psicologia, con “Meglio essere Peter Parker”. Con Coppola Editore ha pubblicato nella collana Il pizzino della legalitàZupì, gli infedeli e la favola di don Pino Puglisi  e insieme a Daniela Gambino Vent’anni, libro che raccoglie testimonianze sulla strage di Capaci e di Via D’amelio in cui persero la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e le scorte nel 1992. Il suo blog di racconti è beneficiodinventario.blogspot.it