Shobha: “Vivo per cercare nel mondo le dee scalze”

Anche oggi vi propongo un’intervista, realizzata da Maria Andaloro, ad una tipa tosta: Shobha.

Shobha, è una fotografa palermitana, ha girato il mondo, immortalando perfino il compleanno di Saddam Hussein.

Shobha è palermitana, del 1954. Seconda di tre figlie, nel 1970 si trasferisce a Milano, dove studia musica, nel ‘76 si trasferisce in India, dove si dedica alla meditazione e alla musica orientale. Dal 1980, per due anni vive negli Stati Uniti.
Dopo queste esperienze torna a Palermo, dove inizia a fotografare per il quotidiano “L’Ora” insieme alla madre, Letizia Battaglia.

Cosa significa e quanto conta essere figlia d’arte?
Nella mia famiglia, sin da bimba ho respirato creatività, eravamo sempre in movimento, la casa era frequentata da artisti, mia madre ci portava alle mostre e ai concerti. Ricordo che sin da piccola sognavo di viaggiare in Paesi lontani. L’India è arrivata dentro di me a 16 anni grazie alla meditazione, e l’amore per la musica di quel meraviglioso Paese.
A 21 anni, ero ormai maggiorenne, partii per l’India. Da subito mi sono sentita a casa, c’era qualcosa di antico di arcaico e di gentile in questa terra che mi accoglieva e che riconoscevo come casa. Vivevo nell’Ashram a Pune, era frequentato da tantissimi ricercatori. Da giovane crescere in mezzo a tante diversità è stato importante per la mia crescita spirituale Grazie a mia madre sono nata su questa terra e grazie alla sua mentalità mi sono sentita libera. Oggi più che mai sento il suo amore, anche se vado per mesi lontana da Palermo, la sento quasi ogni giorno con una breve telefonata o con le e-mail, il suo amore mi dà forza. Quando si è giovani si scappa e poi si ritorna. L’India è anche lei una grande madre che accoglie tutti i suoi figli, qui mi sento accettata per quello che sono, mi sento libera di essere me stessa e la gente è meravigliosa. Ho vissuto in case diverse, in tante città, villaggi e nazioni, ho conosciuto gente speciale, che mi ha aiutato a capire che la vita è un dono da vivere pienamente e che in questo passaggio devo lasciare il meglio di me. Mia madre mi ha capito e mi ha lasciato andare, mio padre l’ha capito con il tempo e forse ne ha sofferto un po’. E tutte le volte che mi fermavo da qualche parte, dopo un po’, il mio viaggio doveva continuare, forse perché ho sempre sentito una grande spinta e curiosità per il mondo, ma l’India e la Sicilia sono stati sempre i miei punti fermi e le mie radici sono qui e lì! Grazie a mia madre, avevo 28 anni, ho avuto l’opportunità di intraprendere il lavoro di fotografa, proprio a Palermo, al giornale “L’Ora”. Questo rapporto di lavoro ha creato un legame in più. Fotografiamo in modo diverso, ed è un bene, ma ci sosteniamo a vicenda.

Hai viaggiato in tutto il mondo, America, India, Africa, Cina, scattato servizi di moda a Cuba durante l’embargo, anche il compleanno di Saddam Hussein. Quale esperienza non potrai mai dimenticare?

Ho viaggiato in tutto il mondo, senza sentirmi quasi mai una turista. La macchina fotografica mi ha aiutato a guardare le cose dritte in faccia, senza illusioni. Spesso sono le donne le protagoniste delle mie storie, forse perché le donne sanno cosa è la compassione, amano incondizionatamente e questo le porta ad essere più aperte. Spesso i miei reportage hanno denunciato violenze e soprusi, ma anche gioie, nascite e morte, la vita nella sua completezza è un mistero, non riesco mai a dimenticarlo. Ho documentato anche la moda qualche volta, ma non ho usato mai modelle o modelli o studi e set fotografici, tutto accadeva in strada. A Cuba, la moda fu un pretesto per raccontare quella vita di tutti i giorni cha avevo amato nel periodo in cui ci avevo vissuto anni prima, una vita esplosiva, gioiosa, ma anche lenta e decadente. Poeti, artisti musicisti, lavoratori e famiglie che avevo conosciuto, che volevo raccontare e l’embargo sicuramente! L’Iraq mi è rimasto dentro perché l’ho vissuta male. Ho sofferto molto in quei giorni, a parte il reportage su Saddam e il suo compleanno. Mi sono sentita impotente davanti a tanto dolore. Le donne, i giovani, i bambini di quel Paese soffrivano troppo, troppa violenza. Ho incontrato madri disperate che mi chiedevano di portar con me i loro bambini per salvarli dalle atrocità della guerra.

Un piede sempre in Sicilia. Per una fotografa è più forte il desiderio di partire o quello di tornare?

Ancora oggi ho sempre dentro di me il bisogno di partire e tornare, ogni volta ritorno arricchita da qualcosa, come se avessi conquistato una parte di mondo.

Spesso ti confronti col mondo della disabilità, hai realizzato un progetto sui minori autistici e uno con i ragazzi down.
Nella disabilità molto spesso c’è un linguaggio esoterico, profondo, un linguaggio dei sentimenti. Mi affascina ed è per me determinante evidenziare la dignità di queste creature che non hanno maschere, sono più fragili e senza finzioni.

Parlaci di “Mother India school”.


È una scuola itinerante, di vita, di esperienze. In questo periodo la base è ancora a Goa, ma potrebbe esserlo in Bangladesh o in Cambogia, oppure in Sicilia. Organizzo workshop fotografici individuali e di gruppo, incontri con giornalisti scrittori e poeti del luogo, ho voglia di trasmettere l’India che amo e di far conoscere la sua grande bellezza e spiritualità, ma anche le sue contraddizioni. www.motherindiaschool.it

Parlami dei tuoi ultimi lavori.
I miei ultimi progetti, fotografie e video, li ho realizzati in Bangladesh. Qui ho incontrato donne sfigurate dall’acido, che venivano operate da chirurghe internazionali, su piccole navi ospedali lungo il fiume,delle volte a molte ore di cammino dai piccoli villaggi. Poi, in Cambogia, sempre con foto e video, ho documentato nei monasteri la poetica e frugale vita delle Nun, suore buddiste, scampate al genocidio di PolPot. Contemporaneamente sto seguendo con molta passione la fatica delle donne che lavorano in situazioni molto pesanti. Così ho lavorato, con foto e video, sulle Dee della polvere, le Dee del fiume, sulle bambine operaie, a reddito bassissimo. E poi, ancora, sto documentando la vita delle “donne scalze”, occidentali con storie particolari alle spalle e che in India hanno trovato rifugio, e poi…tanto altro ancora.

                                                                                                                                                                                                                                Maria Andaloro

                                      http://www.magmagazine.it/2012/04/12/senza-illusioni/

 

 

Letizia: “Ho 77 anni e non ho smesso di lottare!”

Maria Andaloro ha realizzato questa intervista con una tipa davvero tosta, Letizia Battaglia, che merita di essere letta. Vorrei proporvela.

La incontro a casa sua, sono emozionata perché rappresenta chi non si ferma, non si ritira, non cede. E soprattutto rappresenta, in un mondo pieno di gente che gode di immeritata popolarità, chi non ostenta la sua straordinaria capacità di fermare attimi di essenza di vita e di morte. La esprime attraverso il suo lavoro di fotografa. È stata la prima donna europea a ricevere, nel 1985, ex aequo con l’americana Donna Ferrato, il premio Eugene Smith, a New York. Un riconoscimento internazionale per ricordare il fotografo di Life.  Ultimo premio internazionale ricevuto, l’Infinity Award Cornell Capa, nel 2009.

La seguo da anni e sentire qualche mese fa in un Tg che, dopo anni di impegno, la sua terra si accorge di lei e le dà un riconoscimento, mi ha fatto sentire in debito e quello che potevo fare era cercarla e dirglielo, e poterla raccontare.
Mi dice che fa la nonna, i suoi occhi sono quelli di una donna coraggiosa, forte, delusa, arrabbiata, combattiva, orgogliosa che attraverso le sue foto ci mostra da anni. In questo momento difficile dal punto di vista sociale, confuso dal punto di vista politico, debole dal punto di vista culturale, Letizia Battaglia rappresenta un punto di riferimento storico, mi dice che è del ’35, ha 77 anni.
E sorride, mi rassicura. Pippo, il suo cane, si mette accanto a me e io le do del tu.

Letizia sei una donna, una fotografa, una politica, sei editrice e giornalista. In Sicilia comunicare, relazionarsi, quanto è difficile?
Dipende da tanti fattori. Sono stata una ragazza generosa e poi una donna che amava la libertà per sé e per gli altri. È stato complicatissimo sul piano personale e privato. La gente di questa terra è spesso imprevedibile. Incapace di giudizi obiettivi, si lascia influenzare da pregiudizi. Come fotografa, il mio percorso non è stato privo di fascino, la comunicazione è avvenuta per strade non battute in precedenza. Passo dopo passo, lungo tanti anni di impegno e fatica, ho occupato un piccolo spazio di credibilità. Negli ultimi tempi però sono io che mi nego alla comunicazione, sono piuttosto delusa dal comportamento politico, dalla mancanza di autonomia dei miei conterranei. Avevo dieci anni e volevo un mondo migliore, ne ho 77 e voglio ancora questo. Ma a lottare si deve essere in tanti.

Questo numero si occupa molto di donne, donne forti, donne simbolo, donne dimenticate come Franca Viola, che reagisce a uno stupro alla fine degli anni 60 quando tutto era omertà, sottomissione, silenzio. Tu hai fotografato la morte, il dolore, la violenza e sentito l’odore della mafia. Ma cos’è la mafia, il ruolo delle donne in questo fenomeno quanto è importante?
Ritenevo che una donna, per sua natura, non potesse identificarsi con la cultura mafiosa. Pensavo che la subissero, che ne fossero vittime per amore, per parentela, per paura. In questi ultimi anni ho dovuto ricredermi da tanta ingenuità. Ed è stato un colpo forte perché da sempre avevo avuto necessità di credere che le donne non avrebbero mai lavorato per la guerra, per l’ingiustizia, per la prepotenza. Invece non è così. Resoconti di polizia e di cronaca ci riferiscono che dentro la mafia le donne possono avere un ruolo significativo non diverso da quello degli uomini, altrettanto speculativo e crudele. E anche all’interno della società cosiddetta civile il sentimento antimafioso che caratterizzò in particolare le donne, subito dopo le stragi che uccisero Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e le loro scorte,e si espresse in modo forte e sincero, da qualche anno si è affievolito.

Mentre mi dici che fai la nonna, scopro che stai lavorando ad un nuovo libro. Ci vuoi anticipare qualcosa?
Nonostante tutto, non posso – anche in questi anni in cui sono fortemente delusa – non fare riferimento, e con prepotenza, al mio sentire che la donna è una speranza per un mondo diverso, essenzialmente più giusto. Lavoro da 21 anni per una rivista realizzata e pensata da donne, Mezzocielo, coordinata dalla mia più cara amica, Simona Mafai, così come continuo a dare un ruolo essenziale alle donne nelle mie immagini. Le foto del nuovo libro sono state realizzate in questi ultimi cinque anni. Non sono foto di reportage, ma il reportage di tutti gli anni in cui l’ho fatto, è parte determinante delle nuove. Uso le vecchie foto di cronaca nera in grandi dimensioni come fondali, solamente come fondali, per creare una nuova scena in cui in primo piano ci sia qualcosa di vitale, una donna, una bambina, una ragazza. Ho bisogno di mettere in scena un sentimento forte di pena, di disgusto o di rabbia. Marta, la figlia di Patrizia, è la mia piccola musa. Lei capisce subito quello che voglio rappresentare e con un gesto di amore, prestandomi se stessa, mi restituisce un momento di speranza.

La Sicilia, diventerà bellissima?
Diventerà bellissima solo se i siciliani e le siciliane lo vorranno. Finalmente.

                                                                                                                  Maria Andaloro

http://www.magmagazine.it/2012/02/09/letizia-battaglia-bisogna-lottare-per-un-mondo-migliore/