Giulia: “Contro Mister K ho vinto io!”

L’ha custodito dentro di sé per sei mesi, senza saperlo. Alla fine, con tanta determinazione, l’ha scaraventato lontano da sè e schiacciato. Certo, i segni nella sua mente di quell’ospite mostruoso, che chiama Mister K, ci sono tutti. Ma Giulia Basile è stata tosta. E di lui dice: “Mi ha colpita, anzi sorpresa, ma non affondata”.

Nei suoi occhi la soddisfazione di non averla data vinta ad un cancro all’intestino che, rispetto a tanti altri, risulta più difficilmente curabile.

“Sì – sono stata forte dice Giulia, pugliese, del ’45, ex insegnante, scrittrice ed ex sindaco di Noci, nel Barese – ma, quando si è presentato, Mister K mi ha davvero spiazzata. Sconvolta. Quando stai bene e dopo un controllo per quello che è un diffuso malessere delle donne, la stipsi, ti fanno su due piedi una diagnosi di cancro del sigma già al terzo stadio. Poi ti guardi allo specchio e dici: dove e come si era nascosto dentro di me quest’ospite non invitato, che in silenzio si nutre di me? Ho subito, però, combattuto quella presenza ingombrante. Mille domande. Ma, dopo averne preso coscienza, sono riuscita a dare una parvenza di normalità alla malattia e a combattere. Vediamo chi è più forte e chi la vince, mi sono detta. Ho cominciato così la mia battaglia e sono andata a cercarmi le armi e le strategie migliori per sostenerla”.

Per l’intervento Giulia non ha dovuto aspettare molto, perché “anche in Puglia – afferma – quando si vuole, si fanno miracoli nella sanità. Sono stata accolta benissimo a San Giovanni Rotondo. A cose fatte mi hanno detto che ce l’avevo da sei mesi o forse anche da otto. Per questo l’ho affrontato a viso aperto, come si conviene tra due contendenti, che non si sottovalutano l’un l’altro e che si rispettano. E’ stato allora che ho deciso di vivere e di farlo come fosse una sfida tra me e lui. Del resto, è sempre stato così, anche da bambina, quando i traguardi erano più grandi di me e sembravano irraggiungibili”.

Cosa pensa le abbia rubato Mister K?

Lui non mi ha rubato nulla. E sa perché? Tre anni prima avevo già perso la  spensieratezza e la magia della vita. Un infarto aveva portato via in quindici minuti mio marito.

Il segno più evidente che le ha lasciato?

Il cancro intestinale è più invasivo, certo e ha meno vincitori (il 50%) di quello al seno (siamo per fortuna quasi al 92/98%) e non lascia segni sul corpo, se non una cicatrice, peraltro simile a quella che molte mamme conoscono dopo un parto cesareo. Ma lascia un senso nuovo di paura. Paura non per te stessa, ma per i tuoi cari, paura che non riescano a superare l’impatto con la tua sofferenza, che non riescano a farcela senza di te, paura di soccombere alla sofferenza di mesi terribili, in cui potresti essere costretta ad abbandonare il coraggio, che hai sempre dimostrato.

Cosa, invece, ha scoperto dopo questa esperienza?

Diciamo che mister K mi ha regalato due cose: una nuova misura del tempo, ossia una nuova coscienza del tempo, quella che l’uomo in genere dimentica. Pensiamo sempre a tutto, ci crediamo signori del nostro orologio e del nostro calendario, quando, invece, siamo delle ‘canne al vento’, che possono spezzarsi da un momento all’altro. Siamo bravi a commentare la fragilità dell’esistenza di fronte ad una tragedia individuale o collettiva, ma, poi, nel concreto delle nostre azioni tutto rimane uguale. Invece, quando sei sulla soglia della morte, quando tocchi con mano la sua presenza, ti rendi conto che ogni gesto, ogni parola è preziosa, perché può essere l’ultima. E  pensi tre volte prima di sbagliare, perché sai che potresti non avere il tempo di pentirtene e riparare.

L’altro “regalo”?

Una capacità nuova di affrontare il cambiamento. Ho imparato a mutare prospettiva, angolo di visuale in tutte le cose. In questo, forse, sono stata agevolata dal volontariato che faccio da venticinque anni. Devo dire che ho una certa predisposizione alla solidarietà. Ma prima si trattava di un sentire l’altro su base emotiva ed affettiva, adesso è un sentire culturale.

Cioè?

E’ un convinto mettersi al posto dell’altro prima di agire, prima di parlare. Questa nuova dimensione d’essere, ora che mi avvio a superare i  quattro anni, anche se è di cinque lo spazio per una diagnosi ufficiale di guarigione, è il generoso regalo della vita, e della malattia.

Cos’altro è cambiato nella sua vita?

In un certo senso non mi lascio più condizionare dai pregiudizi, che in un piccolo centro come il mio, Noci, sono ancora radicati e costringono molte donne a fare rinunce. Aggiungo che spesso sono le stesse donne a ribellarsi, ma a riprodurre gli stessi stereotipi. E a risultare incapaci di gestire le nuove conquiste.

Il momento peggiore di tutta l’esperienza?

Quello in cui sono entrata in chemioterapia, nel reparto “Oncologia Donne”. Vedevo intorno a me casi disperati. Ho guardato in faccia la sofferenza e capito che bisogna essere davvero fortunati ad uscire da lì in posizione verticale così come si entra. Per questo ho chiuso in quel punto il mio diario, intitolato “L’Hospite” (ed. Tholos). E’ stato un modo per rispettare tutte quelle donne, che soffrono in modo indicibile e non ce la fanno.

Una grande delusione?

Una cosa molto deludente è stata, di fronte alla grandezza di tante donne sconfitte dal cancro, notare quanto siano piccole molte persone che si incuriosiscono in modo morboso, voyeuristico alla tua vita. E ti danno già per spacciata. Rimangono ferme alle apparenze o alla pietà. Non si avvicinano affatto alla condivisione, anzi banalizzano il loro approccio alla malattia, con la volontà di esorcizzarla da sé, perché “grazie a Dio” non ha toccato loro.

Torniamo alle donne. E alla loro sofferenza, alle loro pseudo conquiste. Temi a lei molto cari. Tanto che ne è nato un libro, pubblicato di recente: “Tredici storie per tredici donne (Stilo editore)”.

Sì, questo mio nuovo libro contiene una selezione fatta dall’editore su racconti vecchi e nuovi, che da sempre scrivo, per la maggior parte sulle donne. Credo vengano fuori le mie storie dal profondo senso di ingiustizia, indifferenza, violenza che ho visto consumarsi per anni a danno delle donne.  E’ stato questo bisogno che mi ha spinta nel lontano 1989 a fondare un’ Associazione culturale femminile, la D.a.r.f. (Donne associate nel rinnovamento femminile) per dire che l’altra metà del cielo si sente nuova rispetto al passato anche in un comune di provincia e che è fermamente convinta di un dato: ci sono donne pensanti, oltre che corpi sculettanti, che vogliono operare i cambiamenti sociali attraverso la cultura. Le leggi possono determinare cambiamenti obbligati e veloci, ma saranno sempre superficiali e traditi, perché non penetrano nel tessuto sociale e nel cuore di tutti. Invece, attraverso la cultura, sebbene lentamente, si può produrre un cambiamento duraturo. Con l’esempio ho cercato di dimostrare che la cultura è concretezza, perché guida, trasforma e costruisce il reale.

Quindi, tornando al libro?

Anche oggi ognuna di queste storie raccolte simboleggia un problema da affrontare e su cui riflettere: la violenza psicologica, la violenza fisica e lo stupro, il rapporto madre-figlia e padre-figlia, le vittorie di Pirro del denaro, i trans-sessuali, il dolore femminile, che in alcuni casi diventa genetico, il razzismo, il lutto e la malattia, ma anche l’amore con la sua forza di trasformazione. Su quest’ultimo tema sto scrivendo un altro romanzo. Continuo a pensare che le donne debbano avere lo stesso spazio degli uomini, non per legge, ma secondo il merito. Prima però, la politica deve cambiare prospettiva, a cominciare dai tempi per gestirla, che non devono essere più declinati al maschile.  E poi deve basta con l’ostruzionismo, che le stesse donne si fanno con una certa reciprocità. A parità di uno stesso risultato, una donna sindaco deve impiegare il triplo dell’energia, che spende un uomo. A questo si aggiunga che una donna, sindaco o no, continua ad accollarsi il lavoro di cura della famiglia, rimanendo a tempo pieno moglie e madre. E mi fermo, perché il discorso sarebbe troppo lungo.

Allude alla sua unica esperienza da sindaco, a cui, giura, non ne seguiranno altre?

Continuo a sostenere tutte le battaglie politiche, che ritengo giuste, ma non accetterei più incarichi, mi bastano le battaglie culturali. Del resto non sono mai stata iscritta ad alcun partito.  Fondai una lista civica, con un entusiasmo trascinante. Fui eletta con il centrosinistra, sconfiggendo tre candidati. Ricordo la folla di bambini che, sventolando “Città Nova”, salì con me per ringraziar tutti dopo la vittoria. Ai loro occhi mi sono appellata ogni volta che dovevo agire, anche quando mi sono arresa e ho dovuto accettare di interrompere il mio mandato dopo appena tre anni. Periodo ruggente, deludente, costosissimo per una donna.

Ora è qui. Scrive romanzi, poesie e ha una gran voglia di rimontare. E’ tutto merito della sua grande fede in Dio?

Nella vita devi avere sempre fede, perché se non ce l’hai, sei come quel marinaio che parte in mare aperto senza il giubbotto di salvataggio. Può sembrare opportunismo, ma è una flebo di coraggio, che ti dà la speranza della meta da raggiungere. Se un Dio c’è, lo troviamo sempre nell’ altro accanto a noi, e nei nostri stessi occhi, di fronte ad uno specchio, quando sappiamo di aver fatto ogni giorno tutto ciò che è nelle nostre possibilità.

                                                                                                                            Cinzia Ficco