Un lavoro in Italia l’ha sempre cercato e trovato. Ma, evidentemente, non era sufficiente. L’estero lo affascinava da qualche anno e da piccolo ha sempre giocato a sfidarsi. Così un giorno ha fatto una prova. Ha offerto la sua collaborazione ad una delle testate più prestigiose del mondo. Nessuno ci avrebbe scommesso un centesimo. Gli è andata bene. Anzi, benissimo. Oggi è entusiasta di aver saputo osare e di non aver mai perso la speranza.
E’ la storia di Francesco Bongiorni che, nato nell’84 a Garbagnate Milanese, di professione illustratore, da qualche anno collabora con Il New York Times. Francesco ha studiato alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano e seguito uno corso di illustrazione all’ Istituto Europeo del Design. Si definisce un figlio, nipote, fratello e cugino d’arte.
“Ebbene sì – dice – La mia famiglia annovera vari professionisti nel mondo dell’arte. Mio nonno è stato uno scultore – realizzava statuette in legno che vendeva anche in America – tempo fa ne abbiamo riconosciuta una su uno sfondo di una scena del Tenente Colombo-, mio padre è architetto, mio fratello è pittore e docente di Belle Arti e i miei cugini lavorano nel campo della scenografia e del montaggio video. Un ambiente così mi ha molto influenzato e stimolato a trovare il mio stile ed il mio cammino”.
Da bambino, però, aveva altri sogni!
Inizialmente il lavoro che desideravo fare era quello di portare delle pietre su un molo con una carriola per poi buttarle in acqua. Questo da bambino. Poi sono stato travolto dalla passione per il fumetto. Avevo creato un supereroe tutto mio, Kurgan. Occhi fiammeggianti. Un tipo molto violento con i cattivi. Nel frattempo la passione per il fumetto è leggermente mutata. Si può dire che io abbia “aggiustato la rotta” e l’abbia adeguata alle mie più recenti esigenze. Il mondo dell’illustrazione è un mondo adatto alle mie necessità, in questo mi sento di essere sulla buona strada per realizzare i miei sogni.
Chi sono stati i suoi eroi, quelli che hanno lasciato un segno nella sua vita e le hanno insegnato ad osare sempre?
Ci sono state molte figure importanti nella mia vita, ma non credo di avere mai avuto quello che si può definire un eroe. Le figure fondamentali erano miti passeggeri o persone del mio ambiente.
Per quanto tempo ha cercato lavoro in Italia?
Ho cercato e trovato lavoro in Italia. Ho sempre lavorato in differenti campi artistici parallelamente agli studi. La realtà è che sono sempre stato piuttosto fortunato in ambito lavorativo.
Ma perché ha lasciato l’Italia?
Vivo a Madrid da quattro anni solo per il desiderio di mettermi in gioco e vedere come sarebbe andata.
Poi un giorno ha pensato di scrivere al NYT. Ma come le è venuta l’idea?
Avevo da poco iniziato a lavorare come illustratore. Trovavo la cosa immensamente stimolante, desideravo essere messo alla prova, volevo darmi da fare. Le occasioni, essendo agli inizi, arrivavano di rado e quindi avevo una gran voglia di fare sapere a tutti che ero lì e che ero pronto. La tipica voglia di spaccare il mondo. Rompevo le scatole ai clienti, scrivevo a destra e a manca, facevo telefonate, insomma, cercavo di tessere contatti. Ho voluto alzare subito la posta.
Cioè?
Il mio obiettivo è sempre stato quello di confrontarmi con l’ambiente lavorativo americano sin da quando ho sentito parlare di collaborazioni freelance. La cultura statunitense dell’illustrazione è radicata e ricca e io vedevo in tutto ciò l’obiettivo degli sforzi che stavo mettendo in atto. Scrissi al New York Times. La mia più che reale convinzione era sfacciataggine. Un tentativo destinato ad andare a buon fine, dal momento che da lì a tre ore mi avrebbero chiamato per il mio primo progetto con loro. Un articolo su tensioni in stile guerra fredda tra Stati Uniti e Cina.
Quel giorno, cioè quando è arrivata la risposta positiva, aveva un appuntamento con amici.
Sì, quel pomeriggio sarei dovuto partire con alcuni amici per una vacanza. Tutto era stato organizzato nel dettaglio e programmato con tanto di prenotazioni. Cosa potevo fare? Disdire tutto, ovvio. I miei amici per fortuna capirono che non si trattava di un’occasione qualunque. Era il New York Times che aveva bisogno di me!
Cosa fece?
Mi misi a lavorare e consegnai il lavoro prima della deadline. Mi fecero i complimenti, perché il lavoro era piaciuto. Solo in quel momento realizzai quello che mi era capitato. Prima tra la concentrazione e l’adrenalina non avevo avuto tempo di riflettere: lo feci più tardi. Quando vidi il mio nome sulla pagina web del NYTimes provai un’ enorme gioia. Avevo anticipato i tempi di quelli che erano tutti i miei progetti e le mie previsioni. Ero un collaboratore di uno dei più importanti giornali del mondo.
Cosa vorrebbe consigliare a tutti quei ragazzi italiani che hanno un sogno e non hanno la forza di osare come ha fatto lei?
Non saprei. Davvero. Non mi sento né arrivato, né uno che ha delle verità in tasca. Quello che ho fatto io è stato trovare un obiettivo e lavorare tantissimo per andargli incontro, ma mi rendo conto che ora, nemmeno lavorare duramente assicura risultati considerevoli. I frutti del lavoro hanno un peso specifico differente per ognuno. Esistono tante situazioni e non c’è una regola che funzioni universalmente. Forse una sola, quella di crederci. Credere in quello che si fa e farlo con passione e determinazione. E se questo porta a scrivere al New York Times di turno, ben venga. Se si prova, si ha un cinquanta per cento di possibilità di sentirsi rispondere si.
Prima del NYT in tanti le hanno sbattuto la porta in faccia, ma lei non ha mai ceduto. C’è stato, però, qualche episodio che l’ha un pò ferita?
Fortunatamente sono sempre stato trattato con rispetto e professionalità, forse grazie anche al mio modo di presentarmi. Mi ha dato molto fastidio, però, un commento di una persona che, dopo aver visto una mia illustrazione per il NewYorker, mi criticò duramente. Mi disse che era arrivato il momento di smetterla di schierarsi contro le forze di polizia e che bisognava essere democratici non solo a parole. L’illustrazione rappresentava una donna iraniana che era stata caricata e picchiata da un gruppo violento, una polizia che agiva da mano armata per conto di un despota del luogo. Ad ogni modo ci fu un chiarimento subito dopo. Noi italiani abbiamo forse il difetto di guardare un po’ troppo verso noi stessi.
Cosa hanno detto i suoi amici della sua esperienza? Hanno provato invidia?
Credo che siano tutti molto contenti per come mi stanno andando le cose. Non manco di fare loro qualche sorpresa di tanto in tanto, inserendo dei “messaggi segreti” nei miei lavori. Ritratti di amici, simboli. Qualche tempo fa mio fratello si trovava negli Stati Uniti nel periodo del suo compleanno e io proprio in quel periodo stavo preparando un’illustrazione per il New York Times. Un articolo di mercato per il quale sia a me che all’art director era venuto in mente di utilizzare in qualche modo un codice a barre. Non ci ho pensato su due volte e ho inserito la data di nascita di mio fratello tra quei numeri che appaiono sotto il codice a barre. Il giorno seguente l’ho invitato ad andare in edicola a comprare il suo regalo di compleanno.
Quali sono i suoi progetti di qui a tre anni?
Vorrei continuare a crescere gradualmente. Non mi piace pensare che il mio stile fra tre anni sarà uguale a quello attuale. Mi piacerebbe anche estendere il mio lavoro ad altri rami esterni all’editoria. In parole povere vorrei sempre nuovi stimoli e nuove energie.
Continuerà con il NYT?
Sì. Ho finito pochi giorni fa un illustrazione per loro. Sono molto esigenti, soprattutto coi tempi di esecuzione, ma mi trovo molto bene e sono felice quando termino un progetto e lo ritrovo pubblicato.
Il suo motto?
Tutto merita di essere disegnato.
Immagini di disegnare l’Italia
La disegnerei al contrario.
Quanto si sente tosto da uno a dieci?
Dieci.
Cinzia Ficco
