Luigi, imprenditore coraggio, deluso dallo Stato

Luigi Orsino è un imprenditore coraggio. Uno tosto, che ha rischiato tante volte la vita con la sua famiglia.

Mi ha mandato  una sintesi della sua storia, che è diventata un libro, pubblicato di recente dalle Edizioni A&A, dal titolo: “La carezza del male”.

Ve la propongo qui di seguito

“La nostra attività imprenditoriale  - mia e di mia moglie Giuseppina Esposito –  inizia nel 1979. All’epoca eravamo studenti e decidemmo di aprire un piccolo negozio di mobili a Portici (Na).

Nel tempo la nostra attività si ingrandì e arrivammo a possedere due aziende, una ditta individuale ed una S.r.l. Eravamo proprietari di tre negozi di abbigliamento a Portici, di un grosso negozio di arredamenti sempre a Portici e di un negozio molto più grande di arredamenti a Sant’Anastasia. Ovviamente avevamo molti dipendenti ed eravamo divenuti benestanti. Continue reading

Beni confiscati alla camorra, i Felicioni non si arrendono

Da anni si sforzano di rimettere in piedi bambini maltrattati o abbandonati dai loro genitori. Lo fanno senza trascurare i loro tre figli, su terreni strappati alla camorra. Per tutti oggi sono quelli della Compagnia dei Felicioni.

Si tratta di Fortuna, 41 anni di Teverola (Ce) e Antonio D’Amato, 44 anni di S. Antimo (Napoli), marito e moglie, che hanno messo su una famiglia molto particolare.

“Nel 1987, diciottenne obiettore di coscienza – racconta Antonio – sono entrato nel movimento di Capodarco www.comunitàdicapodarco.it nella comunità La Roccia di Aversa, dove cominciavano ad occuparsi di minori immigrati e affido. E’ stato in quel periodo che ho conosciuto Fortuna. Dopo poco è arrivato a La Roccia un bambino che aveva solo due settimane. Quel  bimbo ha dato inizio a tutto: la nostra famiglia e la nostra comunità. Abbiamo deciso di restare nel movimento Capodarco. Quindi abbiamo preso un appartamento a Teverone, Campobasso, per la nostra prima casa-famiglia”. Continue reading

Manfredi: “A fuoco le mie tele. In segno di protesta!”

Delle tele a dimensione naturale con i quattordici volti dei più potenti latitanti di mafia, camorra e ‘ndrangheta, create l’anno scorso, aggiornate in seguito agli ultimi arresti e ospitate dalla Kunsthaus Tacheles di Berlino 3 e dalla 54esima Biennale di Venezia, rimane un pugno di cenere. Il suo autore le ha bruciate. Per protesta. Gli è costato molto, perché a quell’opera era molto affezionato. “Ma non ho avuto altra scelta – spiega Antonio Manfredi, del ’61, artista, direttore del CAM Contemporary Art Museum di Casoria, nel Napoletano – Sono ricorso a questo gesto estremo per esprimere il dramma in cui si trova il Museo, peraltro una mia creazione. Siamo completamente soli, non abbiamo il minimo sostegno né da parte delle istituzioni locali, né dal Governo nazionale. Non possiamo più garantire standard minimi, come la conservazione, la fruizione e la valorizzazione di questo patrimonio. Non abbiamo più le risorse per portare avanti progetti di ricerca. Se non succede nulla nei prossimi giorni, daremo fuoco a tutte le opere. Ne abbiamo mille. Quindi ci sono mille giorni per sacrificare la collezione. Siamo stanchi di aspettare risorse che non abbiamo mai avuto. Ma, soprattutto, siamo stanchi di ricevere minacce quando proponiamo esposizioni scomode. Tipo quella sulla camorra, organizzata quattro anni fa con le opere di molti artisti napoletani. Oppure sull’ Africa.

Quando le abbiamo fatte abbiamo ricevuto telefonate, in cui ci consigliavano di stare calmi. Per la mostra “Politik” ai cancelli ci hanno fatto trovare tanti catenacci, per la mostra sull’Africa un bambolotto nero crocifisso. Per non parlare di quella volta, in cui mi dissero che a Natale avrei ricevuto un cappotto, ma non avevano intenzione di regalarmelo in cachemere. Probabilmente in legno. Una bara. Per avere supporto ho scritto ai Presidenti di Regione, Provincia e Comune, persino al Capo dello Stato Giorgio Napolitano che ci ha consigliato di non mollare, a Roberto Saviano, e addirittura ad Angela Merkel. Alla cancelliera tedesca chiedevo asilo culturale e politico. Ma sa cosa le dico? Nonostante tutto, resto qui, non indietreggio. C’è chi alle provocazioni della camorra non reagisce, se ne sta a casa in pantofole. C’è chi, al contrario, non molla. Io sono così. Ci vuole altro per fermarmi. Il Museo, unico nel suo genere in Italia, perché raccoglie artisti provenienti da 80 Paesi del mondo, che io vado a cercare, presidio di legalità e cultura in terra di malaffare, non deve chiudere. Ad aprile scatta l’ora x, cominceremo a sacrificare tutte le opere. Ci sarà il grande falò. Ho già l’autorizzazione di molti autori. E non solo napoletani. Il cuore ne soffrirà, ma non vedo alternative. Sino ad ora siamo andati avanti con l’aiuto di volontari e la gestione è stata sempre low cost. Ma, mi chiedo, perché alcuni Musei ricevono parecchi contributi dallo Stato e il nostro non ha mai avuto un centesimo? Eppure, il nostro è originale. E’ nato dal basso, non come il Madre, voluto da Bassolino. E poi serve a valorizzare gli artisti locali, a dare una speranza ai cittadini di questo territorio, sopraffatto dalla malapolitica. Aspetto con ansia risposte. E mi auguro che ne arrivino di positive”. Se non ce ne saranno? Manfredi escogiterà altre iniziative. E’ una promessa. 

Si sente un tipo tosto? “No – replica – non mi sento neanche un eroe, anche perché spesso agli eroi fanno fare una brutta fine. Sono solo uno che ha le idee chiare e pensa di aver fatto qualcosa di buono per la sua terra”.

Ha paura? “Un po’ – dice – il rischio lo corro. Ma non penso che la camorra si sprechi con uno come me”.

Intanto al CAM, che assicurerà comunque l’apertura al pubblico e la regolare programmazione artistica e didattica, i visitatori non potranno più ammirare la collezione internazionale del museo, se non attraverso delle fotocopie.

                                                                                                                            Cinzia Ficco

Davide: “Ero come Lazzaro. Ora cammino libero!”

“Stavo avvolto dalle bende che altri mi avevano cucito addosso. Più che bende, erano pesanti catene di acciaio che erano state saldate con la fiamma sulla mia pelle. Cominciavo a puzzare. Era un puzzo di morte, un fetore ammorbante emanato dalle azioni abominevoli che ero costretto a compiere”.

A parlare è Davide Cerullo, nato alla periferia di Napoli nel ’74, cresciuto negli ambienti degradati di Scampia e delle note Vele che, strappato alla scuola a tredici anni dopo aver fatto il pastore, viene arruolato nella malavita, ma poi decide di cambiare vita.

Durante un soggiorno nel carcere di Poggioreale comincia a sfogliare il Vangelo. Qualcuno ne aveva lasciato per caso una copia sulla sua branda, durante l’ora d’aria. Dal libricino Davide strapperà alcune pagine che porterà sempre con sé e che saranno fonte di inquietudine. Il suo non è stato un cambiamento immediato. Infatti, dopo essere uscito di prigione, torna alla vita di prima. Ma i rimorsi, il vuoto e l’insoddisfazione non gli danno tregua. E così inizia a intravedere una possibilità di riscatto, imparando a vivere una vita normale.

Oggi vive tra Scampia e la provincia di Modena, ha una moglie, due bimbi, Alessandro e Chiara. Fino a qualche tempo fa faceva il camionista. Due passioni: la fotografia e la poesia. Nella sua testa un tarlo: il destino dei bambini di Scampia. A loro ha dedicato il suo libro, scritto con Alessandro Pronzato, sacerdote dal ’76, intitolato “Ali bruciate” – Edizioni Paoline.

Il testo è un appello a salvare dal degrado tanti innocenti. E la possibilità di farlo, per Davide, c’è. Perché Scampia non è il male assoluto. “Lì – fa capire – ci sono l’errore e la malvagità, ma ci sono anche molte persone oneste. E tanto ammore, quello vero, che ha salvato anche me. E mi ha aiutato a dare una virata grande alla mia vita. Avevo le tasche piene di soldi. Potevo concedermi tutti i piaceri. Persino la droga. Avrei fatto carriera come boss. Ma quella non era vita. Era una morte anticipata. Alloggiavo stabilmente nell’anticamera dell’inferno. Ancora pochi passi e sarei precipitato nel fondo dell’abisso. O, forse, il fondo l’ho toccato per davvero. Non saprei dire. Oggi posso dire: E’ bello vivere puliti. Ed è bello, oltre che necessario, creare dentro di sé e attorno a sé un piccolo spazio di pulito. Certo, cambiare non è facile. Tante sono state le cadute e parecchie le sconfitte. Ma ce l’ho fatta. Ora tocca a Scampia”.

Di lui Erri De Luca ha detto: “Davide è un tizzone scampato a un incendio. Succede a legni che si battono contro il fuoco. Cresciuto nel quartiere della droga, dal fondo di prigione ha trovato il suo nome scritto nella Bibbia : Davide! Ha staccato di nascosto le pagine, le ha lette e da lì è cominciata una persona nuova. La sua storia canta come la prima rondine, profuma come il pane. Ultima coincidenza col Davide della Bibbia: anche lui da bambino è stato pastore di pecore del padre”.

Ma chi è davvero Davide Cerullo?

Uno che è alla continua ricerca di un senso pieno dell’ordine delle cose e della sua armonia.

Si ritiene una persona sfortunata?

La vita non mi ha riservato ostacoli fino ad oggi. Sì, é piena di difficoltà e raggiri, ma anche zeppa di cose meravigliose, stupefacenti, come la natura. Che ho imparato ad amare dopo aver urtato contro l’amore. Sì, ho venduto la morte fino a venti anni, ma oggi conosco l’amore autentico. E non avrei mai immaginato di incontrarlo tra le persone semplici, per le vie asfaltate di Scampia.

Qual è stato il suo più grande sacrificio?

Prima, non poter essere un bambino, perché a Scampia non puoi permettertelo. Poi, distruggere dentro di me l’ abitudine di quel mondo sporco, che mi aveva assorbito e mi soffocava, impedendomi di battere le ali. Quando si entra in certi ingranaggi, smetti di essere libero.

Cosa ricorda della sua vita precedente?

Le serate con la testa piena di droga, le fughe dalla polizia e non solo, l’agguato con quaranta giorni di ospedale.

E ora?

Ora provo ad essere semplicemente me stesso, dando valore alle cose essenziali, che mi fanno crescere come uomo.

Quali sono i suoi progetti?

Sogno con altri la possibilità di fare la mia parte nei confronti del mio quartiere. Lo sento come un debito. Voglio dimostrare che dire no é possibile, anche restando a Scampia. Si può fare, a testa alta, facendo valere i propri diritti.

Quando parla di Scampia cosa le viene in mente?

Gli occhi dei bambini pieni di domande, che attendono risposte da tempo archiviate.

Chi ha contribuito al degrado di Scampia? 

La camorra, al contrario dello Stato, riesce ad assicurare un buon supporto economico alle famiglie povere. La corruzione, senza generalizzare, dilaga. Carabinieri, poliziotti, istituzioni, che non si mostrano indifferenti, ma, peggio, conniventi. Spesso tra forze dell’ordine e clan c’è uno stretto rapporto. I clan hanno possibilità di gestire denaro liquido da capogiro, denaro di fronte al quale spesso si vende l’anima. La mentalità del favore, poi, è radicata. E lo dimostrano decine di arresti nei confronti delle forze dell’ordine.

C’è la possibilità che un giorno il quartiere si riscatti?

A Scampia ci sono tante persone oneste, umiliate, però, dalla mancanza di un impiego. Se non si creano alternative, non si può pretendere da queste persone che pratichino la legalità. Il riscatto lo deve realizzare la parte sana del posto, ma lo Stato deve fare fino in fondo la sua parte. Scampia è parte dell’Italia: non lo dimentichiamo!

Dunque, lo Stato è molto lontano!

Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.

E le forze dell’ordine non fanno il loro dovere!

Ce ne sono tanti che fanno un ottimo lavoro, con passione e determinazione, spesso rischiando la vita. Ma potrebbero fare di più, se ci fosse più collaborazione e meno omertà. Bisogna aiutare le persone ad avere di nuovo fiducia nella giustizia. E poi si sa: c’è chi alla criminalità organizzata fa guerra e chi decide di andare d’accordo.

Chi è il suo eroe?

Tutte quelle persone che non vivono per se stesse, che sentono ogni giorno la responsabilità di fare tutto il possibile.

Cosa pensa di Saviano?

Che non è solo l’autore di un libro dall’effetto nitroglicerina, ma anche l’uomo libero, che ha esorcizzato le paure di tanti disarmati, li ha obbligati a sentirsi responsabili. Credo che lui appartenga alla razza degli ”invincibili”, come dice Erri de Luca. Invincibili, perché dopo ogni bastonata, questi si rialzano e riprendono a combattere, tentando ancora. I libri come Gomorra sono veicoli di parole, che svegliano le coscienze sopite e obbligano a vegliare sul presente e futuro della nostra libertà, minacciata dalle mafie. Ma i libri non bastano, neanche quelli forti come Gomorra per fronteggiare le mafie. Ci sono molte misure che potrebbero essere adottate. E non parlo solo di repressione.

Quali?

Già creare lavoro sarebbe un primo passo importante.

Allora la camorra non è invincibile?

Per fortuna oggi più di ieri i giovani e pure i bambini stando maturando sempre più forte la convinzione che le mafie non sono invincibili. Bisogna continuare a distribuire questa certezza, soprattutto lavorando con le scuole. La cultura mette all’angolo le mafie, ha paura della scuola, di chi pensa, di chi vuole essere libero e felice. Bisogna capire cosa si vuole nella vita, cosa si vuole essere, se una persona o un personaggio. Occorre apprezzare la vita più del denaro. Solo allora maturi la convinzione che le mafie si possono battere. La vita è una cosa seria, che vale la pena di essere vissuta. Non dobbiamo mai pensare di archiviare la speranza, cedendo alla rassegnazione.

Quanto la Chiesa potrebbe essere d’aiuto?

La Chiesa non è custode solo di una parola sacra, ma è anche difesa dei diritti degli uomini e delle donne del nostro tempo, minacciati nella loro dignità. Io non sono per quella Chiesa che è curialismo, ma per quella di strada, che mi ha salvato. La Chiesa deve essere in un certo senso ”l’anticriminalità organizzata” in terra di camorra, sentinella di legalità, che non si può permettere di tacere.

Un sacerdote che non l’ha persa mai di vista?

Di preti ce ne sono tanti che a Napoli e, soprattutto nella periferia hanno sposato le cause del territorio, tentando ogni giorno con mille difficoltà di far cambiare qualcosa. Uno che nella mia vita ha avuto un ruolo importante è don Aniello Manganiello  Lui é stato uno capace di fornire come Chiesa, luce e non acqua tiepida. Ed io sono stato fortunato ad incontrarlo.

Ha detto che l’amore le ha permesso di cambiare vita.

Quello della mia famiglia. Guardando i miei figli ho capito che si deve cambiare. Non c’è tempo per rimandare.

Non è stato facile, vero?

Non è stato facile, però, posso dire che é stata una scoperta meravigliosa. Sapere di essere amato mi ha aiutato a svuotarmi di quella vita infame. Ho riacquistato rispetto e fiducia per la mia persona. Come è stato bello vedere persone che si avvicinavano a me e mi accarezzavano senza paura, anche quando spacciavo droga! In loro ho visto la tenerezza di un Dio amoroso, che non avevo mai pensato esistesse e che mi ha sconvolto la vita. Poi è venuto il resto.

Cioè?

La poesia mi ha ridato le ali. La poesia, sì. Non avrei mai immaginato che uno come me si sarebbe potuto innamorare di Pasolini, Alda Merini che ho conosciuto, Danilo Dolci, Turoldo, Marcos Ana. Il mio amore pazzo pazzo è per Marina Cvetaeva, Anna Achmàtova. Questi mi hanno riesumato. E proprio vero: gli irrecuperabili non esistono, sono solo un’invenzione della nostra cattiva volontà

                                                                                                                         Cinzia Ficco