Devis: “Sono una pecora nera e vivo felice fuori dal gregge!”

“Lascia da parte le infinite discussioni sul cambiamento e prendi una zappa in mano per vedere cosa significa davvero. Basta una sola primavera per sentire cosa hanno da dirci le piante e lasciar perdere le parole”.

Lui, Devis Bonanni, nato ad Udine nel 1984, l’ha fatto davvero. Vive a Raveo, Carnia, alto Friuli, sulle Alpi. Ha abbandonato la sua attività da perito informatico e si è dato in modo totale alla campagna. Per essere precisi al suo progetto, Pecoranera http://www.progettopecoranera.it/, a cui ha dedicato un libro, che uscirà il 7 marzo prossimo per Marsilio.  

In cosa consiste? “Nel coltivare la terra insieme – spiega Devis-  collaborando con la natura e dividendo equamente il frutto del lavoro comune. Attualmente coltiviamo terreni per circa mezzo ettaro. Puntiamo a raggiungere l’autosufficienza alimentare. Vogliamo coinvolgere altre persone nel nostro progetto, a diversi livelli di partecipazione, secondo le possibilità di ognuno”.

Ma vediamo come Devis ha maturato l’idea di dare una virata alla sua vita (per avere esempi di altri che cambiano vita, leggere: http://www.150681.it/cambiare-vita-cambia-la-tua-vita-adesso/)

Che tipo di studi ha fatto?

 Sono perito informatico e mi dispiace non aver avuto una buona formazione umanistica!

 Cosa facevano i suoi genitori?

 Mia madre, l’insegnante. Mio padre, il muratore. Anche se aveva tre o quattro operai nella sua piccola impresa edile e lui era il capo, ha sempre lavorato come e più degli altri. Perciò, dico che ha fatto il muratore.

 Cosa sognava da piccolo?

 Non sono mai stato una piccola Heidi. Andavo al campetto e giocavo a pallone tutto il pomeriggio. Tornavo a casa e ricalcavo l’atlante per ore. Avevo imparato a memoria tutte le capitali del mondo. Se un sogno l’ho avuto, posso dire di aver sognato di diventare un geografo.

 Cosa faceva prima di cambiare vita?

 Ho lavorato come tecnico informatico per cinque anni.

 Perché ha lasciato il suo posto? Aveva studiato per fare il perito informatico!

 Sono convinto che ci siano fin troppi tecnici al giorno d’oggi. Investiamo enormi capacità ed energie nella tecnologia e sono rimasti in pochi ad occuparsi del territorio, del cibo, dell’ambiente. Credo nella necessità di un controesodo, dalle città alle campagne e alla montagna, dai lavori asettici a quelli organici. C’è bisogno di contadini e non di novelli Stakhanov, buoni a perpetrare un sistema che palesemente non dà più le risposte tanto attese.

Cosa l’ha spinta a dire “Adesso basta”, per citare il fortunato libro di Simone Perotti?

Chiariamo un punto: fare il tecnico informatico mi è sempre piaciuto e l’ambiente lavorativo era molto stimolante. Non ho lasciato il posto per stress o insoddisfazione, non sono scappato da nulla. Piuttosto, la scelta è stata ritardata e difficile proprio perché lasciavo un ambiente amico. Ma la passione per l’agricoltura e gli stimoli derivanti da Pecoranera erano troppo forti per essere ignorati. A un certo punto ho dovuto scegliere. E ho scelto. Più che stressato, facendo il perito informatico ero stranito da un mondo, di cui non riconoscevo più l’utilità immediata. Tutto mi sembrava un sovrasistema molto lontano dalle mie necessità vitali. E in questa situazione ho capito che non avevo più la forza di dare il mio contributo.

Non ha pensato alla possibilità di organizzarsi in modo da darsi all’orto, mantenendo il suo posto da perito?

Ho pensato di chiedere un par-time prima di mollare tutto, ma non mi andava di tenere un piede nella mia vecchia vita, perché la mia scelta era già maturata in anni passati a zappare nei fine settimana.

 L’agricoltura è stata una scoperta?

I miei precedenti in agricoltura? Beh, sono limitati. Solo alle scuole elementari avevo provato a mettere dei semini nei batuffoli di cotone bagnati. La mia famiglia non ha niente a che fare con l’agricoltura. Solo le mie due zie facevano l’orto e a loro ho fatto un sacco di domande, all’inizio.

 La prima cosa che ha fatto da contadino?

 Senza pensare ai massimi sistemi, ho fatto l’orto sotto casa, in un pezzo di terra abbandonato da anni ed invaso da una piccola foresta amazzonica. E’ la cosa che consiglio a tutti. Lasciate da parte le infinite discussioni sul “cambiamento” e prendete una zappa in mano per vedere cosa significa davvero. Basta una sola primavera per “sentire” cosa hanno da dirci le piante e lasciar perdere le parole.

 Cosa è successo? E cosa ha provato?

Quando si coltiva per la prima volta un orto, ogni frutto raccolto pare un miracolo. Si pensa: Ma davvero ho contributo a rendere possibile quest’ abbondanza? Da sempre ci raccontano che l’agricoltura è fatica ma, in quel primo anno, in quel piccolo fazzoletto di terra curato come un giardino, ho dimenticato gli affanni per la grande emozione di vedere le piante crescere vigorose e gli ortaggi spuntare dalla sera alla mattina.

 Cosa ha raccolto?

 Oltre a pomodori, fagiolini, bieta, melanzane, quel primo anno ho raccolto la meraviglia della prima volta e la voglia di non fermarmi più.

 Non usa più l’orologio. Ora sono i tempi della natura a dettare i ritmi della sua vita. Non è pur sempre una dipendenza?

Il nostro orologio biologico è tarato sui cicli naturali e non sull’ora legale, le ferie estive o la ripresa del campionato di calcio. Accordarsi con questo ritmo regala benessere. Se fa freddo, le piante riposano. Loro hanno imparato a stare ferme e io provo ad imitarle. Quando scoppia la primavera, le giornate si fanno, alba dopo alba, più calde e luminose e trovo normale essere più vitale e lasciare meno spazio al torpore contemplativo. Questa non è una diversa forma di dipendenza, ma sintonia con ciò che ci circonda.

 Prima, invece?

 Quando lavoravo in ufficio o andavo a scuola, nelle gelide mattine d’inverno, partivo con il buio e rincasavo con il buio. Per il mio corpo, questo essere fuori tempo rappresentava una grande violenza. Non mi meraviglia che i centri benessere aumentino, ma non sarebbe vero progresso comprendere la natura del nostro corpo anziché tentare di manipolarla?

 A che ora si alza? E quando va a letto? Non ci sono domeniche, dice. Cosa significa? Ma questo non è un modo per chiudere con il mondo?

 Il sole è un’ottima sveglia. D’inverno la Natura riposa e anche il sole si attarda. A primavera inizio a svegliarmi ogni giorno un poco prima, perché il lavoro nei campi sta tornando. Non sono un dormiglione, amo svegliarmi con il giorno che nasce. Nessuno mi tratterrebbe a letto in una mattina d’estate, come niente potrebbe trascinarmi fuori in un buio e gelido risveglio invernale. Il mondo attorno va coi suoi ritmi. Ci ho a che fare ogni giorno, mi adeguo. Se esco con gli amici e rientro dopo mezzanotte, pagherò dazio la mattina successiva. Se per prendere un treno sono costretto ad alzarmi fuori tempo, pazienza. L’importante è che molti giorni della mia vita assomiglino a come li ho immaginati.

Con chi vive?

Da solo, ma non passa giorno che non abbia amici per casa.

Come i suoi genitori hanno preso la sua decisione? L’hanno condivisa?

 No, l’hanno sopportata. Non mi hanno mai messo i bastoni tra le ruote, spesso mi hanno aiutato, ma mai hanno condiviso il mio punto di vista. Non si può chiedere a chi ha costruito e creduto in un mondo, che ci aiuti a smontarne qualche pezzo per sistemarlo come ci piace. L’onere della prova è a carico delle nuove generazioni. Io ho sempre cercato di far seguire alla critica, la proposta. Spesso non critico neppure e mi chiedo subito: sono in grado di fare altrimenti?

A cosa sta rinunciando? Cosa sta guadagnando? Dice la libertà: ma cos’è la libertà? In fondo, cosa la opprimeva davvero? Non pensa che si possa vivere nel mondo, rimanendo liberi?

 Io vivo nel mondo, sono oggi più addentro alle cose del mondo, che non quando lavoravo in ufficio. Sto guadagnando il fatto di non vivere una vita automatica. Come dice Hemingway: “Vivere veramente, non puramente trascorrere i giorni”. Sempre mi interrogo sulla direzione in cui sto andando, su cosa di buono o bello posso fare dei miei anni. E, fortunatamente, ho la possibilità di farlo, non è questo sentirsi liberi? Non c’è una vita libera e una in catene, c’è la vita che scegliamo e quella che subiamo.

 Quanto guadagna?

 Conti in tasca: ho un’abitazione di proprietà, che è dei miei genitori. Quindi non pago affitto. Ho venduto l’automobile, che rappresenta una bella spesa. Mi muovo in bici, con i mezzi pubblici, scroccando un passaggio agli amici. Riscaldo la casa e cucino con la stufa, bruciando legna che taglio nel mio bosco. Ho l’allacciamento alla rete elettrica ed ho consumi modesti. Ho l’allaccio alla rete idrica. Compro pochissimo cibo, perché cerco di consumare quello che produco. Cerco in generale di evitare le spese superflue. Ho lavorato per cinque anni, risparmiando il più possibile e affrontando a quel tempo le spese più grosse per pecora nera.

 E cioè?

Ho acquistando le due serre, gli attrezzi e il motocoltivatore. Ciò che guadagno dalla vendita del surplus agricolo copre la metà delle mie uscite. Per ora tutto questo funziona, in un prossimo futuro deciderò se provare a vivere di agricoltura o cercare qualche lavoretto extra, che possa garantirmi le entrate che mi mancano. Certo, sono partito da una posizione di “forza”, ma rivendico il merito di aver intuito, quand’ero molto giovane, quello  che poteva essere un modo di vita e di aver lavorato ogni giorno di questi anni nella stessa direzione.

 Tutto sommato, com’ è la sua vita?

 Molti sono su posizioni diverse, magari stanno in città, spesso sono in affitto, ma questo non toglie che si possa fare un percorso di decrescita personale, partendo da altre basi e arrivando ad altri, rispettabilissimi, risultati. Io sento di aver spremuto il massimo dal contesto nel quale mi trovavo e di aver avuto la saggezza di non andare altrove: se c’è bisogno di un cambiamento globale, tanto vale che diamo il nostro contributo là dove siamo.

 Cosa ha portato con sé  della sua vecchia vita?

Sono rimasto là dove sono nato e cresciuto. Quindi non ho abbandonato nulla, sono semplicemente cambiato io. Della mia vecchia vita rimpiango solo il riconoscimento sociale della posizione lavorativa. Quando mi chiedono che lavoro faccio sono in imbarazzo e spesso non mi riesce di comunicare la mia scelta. A volte mi sento giudicato come un ecologista perdigiorno, ma questa è una mia debolezza.

Si sente una pecora nera?

Si tratta di un infantile vezzo di sentirsi diversi. Da anarchico individualista ho il terrore dell’omologazione alla massa e quindi ricerco il mio quarto di nobiltà, affermando una diversità, a volte fittizia, a volte autentica. Distinguermi è per me come respirare. Ai tempi in cui pensammo il nome Pecoranera, quasi dieci anni fa, io e il mio amico Eros eravamo più ingenuamente e autenticamente alla ricerca di un’alternativa e l’abbiamo felicemente sintetizzata nel motto: ‘Pecoranera – esci dal gregge!’ Che pecoranera sia diventato il titolo del libro è stata una naturale scelta di continuità con il blog e integrità con quello che racconto.

 Ritiene che la sua nuova vita sia abbastanza faticosa?

Se parliamo di fatica fisica, non è mai abbastanza. A ventisette anni avverto una crescita impressionante della mia vitalità. Nessuno sforzo mi spaventa e della fatica ho bisogno come dell’aria che respiro. Se mi inchiodate al divano per un giorno intero divento pazzo. Credo che il nostro corpo abbia grandi potenzialità, che si ammali se inutilizzato, piuttosto che sovrautilizzato. Certo, non sempre godrò di questo vigore, ma la paura di non essere all’altezza dello sforzo è spesso ingiustificata. 

Prova paura, senso di solitudine, noia per una vita sempre uguale?

 Ho una vita sociale più intensa oggi che quando lavoravo in ufficio. Spesso mi sorprendo a lamentarmi di non avere abbastanza tempo per stare da solo. La solitudine è per me un’ insostituibile compagna. Se, invece, parliamo di noia, posso dire con certezza di aver scelto l’unico modo di vivere, che mi darà ogni giorno qualcosa di nuovo – una stagione non è mai uguale all’altra.

 Progetti per il futuro?

 Confermare la mia scelta e colmare le incoerenze che oggi avverto tra quel che penso e quel che faccio. E poi, coltivare le passioni, perché ho capito che, perseverando, alla fine si colgono bellissimi frutti. Quindi: fare il contadino, andare in bicicletta e scrivere!

                                                                                                                            Cinzia Ficco

8 thoughts on “Devis: “Sono una pecora nera e vivo felice fuori dal gregge!”

  1. bellissima esperienza quella di davide come “rottura” con certi stili di vita di routine che alienano noi che viviamo delle solite cose senza vita.il lavoro .la famiglia.le varie occupazioni che abbiamo.Bisogna rompere .essere delle pecore nere per dirla con lui.uscire dal gregge in cui viviamo .nei recinti in cui stiamo.del cibo.che mangiamo .insomma usciamo ognuno a modo nostro dal gregge in cui ci troviamo.per essere dei diversi .degli originali costruttori del nostro oggi e del nostro domani di decrescita.p er essere noi stessi e non fotocopie di altre fotocopie.un saluto e un augurio a davide per il suo bellissimo futuroo

  2. Le tue scelte mi hanno ispirato, posto delle domande e fatto sentire meno sola. E tutto questo lo possono innescare solo gli ideali più vitali ed autentici. E le persone che tirano fuori il Coraggio!

  3. Grande Davis! Fossero tutte cosi’ le “pecore bianche” di questo paese, figli di mamma’ e viziatoni che portano le mutande con la firma!

  4. SONO AFFASCINATO E INVIDIOSO DELLA VITA DI DEVIS, LO AMMIRO E GLI AUGURO SOLO IL MEGLIO, IO LA MIA IN PARTE E’ FATTA MA SONO VERAMENTE FELICE CHE CI SIA ANCHE QUESTO PER AFFRONTARE QUESTI PERIODI

  5. Bravo a Devis, soprattutto per il coraggio alla sua giovane età! Questa storia mi è molto piaciuta, rispecchia molto i miei valori, ideali e sogno per la vita. Questo è il mondo che vorrei!

  6. Personalmente ho sempre amato la natura. Così come nel mio piccolo coltivo alcuni prodotti dell’orto e alberi da frutta. Sono pure un animalista convinto. Trovo quindi abbastanza normale e ne sono felice che altre persone provino un certo appagamento nel contatto con la terra e i suoi figli più veri. Non so da cosa derivi questo interessamento, se da una sensibilità, se da una stanchezza interiore per un mondo che sembra aver perso il suo filo conduttore, o, per una sorta di ricordo di una vita precedente, ma ciò, lo ripeto, non mi sorprende affatto.

  7. sono rimasto perplesso da ciò che ho letto , molto tempo fa avevo visto un film del genere : i protagonisti erano la città di New York con i suoi grattacieli e una donna che dirigeva una grande conpagnia ,lei va via e si rifugia in un vecchio casolare di parenti e x vivere lei comincia a produrre marmellata in vasetti che era la cosa che ricordava meglio della sua infanzia. d’altronde era un modo di conservare tutto cio che la terra gli procurava. Pensavo che una cosa del genere non doveva mai capitare .Oggi mi sono ricreduto. COMPLIMENTI a Devis ,forse anche noi diventeremo delle pecorenere per vivere delle situazioni che non conosciamo più.

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