Un hub. Sì, l’amico Annibale fa bene a chiamarlo così, perché è davvero un elemento di connessione. Oltreché un creativo.
Nato nel ’58 a Premosello, un piccolo centro della valle Ossola, sposato, padre di due figlie, dopo tanti anni Mario Brignone smette di praticare il basket agonistico per appassionarsi alla teoria dei giochi con somma diversa da zero, che applica con successo ad un piccolo gruppo d’acquisto. Come dirigente responsabile delle risorse umane di una piccola Provincia del Nord, Mario non è molto soddisfatto. E allora? Si inventa un sacco di cose nuove da fare. Una in particolare. Si dà alla coltura acquaponica nel suo orto. http://it.wikipedia.org/wiki/Acquaponica, un metodo, con il quale le piante dell’orto ed i pesci si aiutano tra loro in una perfetta “simbiosi apparentemente innaturale”.
Ma vediamo meglio chi è Mario.
Il basket, per tanti anni, la sua vita!
Lo praticavo dall’età di 12 anni. Sono andato in pensione, perché avevo 38 anni di “anzianità“. Diciamo che sono sgusciato via prima che la Fornero venisse a piangere, vedendo le mie partite! Ho sempre giocato a livello regionale, con un metro e ottanta non fai molta strada, se non sei un fuoriclasse. A me poi, per sognare di diventarlo, un fuoriclasse intendo dire, mancava tutto il lato sinistro, con il quale palleggiavo e tiravo in maniera ridicola. Non bastava compensare con un lato destro super. Gli avversari più intelligenti capiscono subito dove braccarti.
Cosa le ha insegnato questo sport?
Il basket, ancor più quello che ho allenato rispetto a quello che ho giocato, mi ha dato il senso del collettivo, la passione per raggiungere traguardi, dividendo i compiti e collaborando. In compenso, qualche cosa me l’ha tolta. Scìo malissimo e, mi creda, è molto grave ai piedi delle Alpi.
Perché le piaceva?
Trovo che il basket, con i suoi 10 giocatori che si muovono in spazi ristretti e le sue regole per impedire i contatti fallosi, sia un po’ la metafora della vita. Devi trovare delle regole, che tutti condividano, imparino ed interiorizzino, se non vuoi che ti pestino i piedi.
Dal basket agonistico allo studio della teoria dei giochi con somma diversa da zero, quella che gli anglosassoni chiamano “Win win strategy”. C’è una connessione?
Beh, intanto ho smesso di praticare il basket agonistico, perché non ce la facevo più. Inoltre mi vergognavo anche un pochino del fatto che, in occasione di qualche scontro di gioco fortuito, gli avversari mi dicessero: “Mi scusi”, invece di mandarmi fisiologicamente a quel paese. La storia dei modelli alternativi di organizzazione è venuta dopo. Una sorta di giustificazione a posteriori per qualcosa che avrei fatto in ogni caso, un comportamento che avrei comunque tenuto.
E veniamo alla teoria del win win strategy. Quanto è applicabile alla vita di tutti i giorni?
Lo sport senza né vincitori né vinti, è una “noia”. La vita, senza né vincitori né vinti, è un’idea. Forse si può fare, sicuramente nelle piccole cose.
Ci spiega di cosa si tratta?
Nella teoria dei giochi a somma zero c’è una situazione, in cui il guadagno o la perdita di un partecipante è perfettamente bilanciato da una perdita o un guadagno di un altro partecipante. Se alla somma totale dei guadagni dei partecipanti si sottrae la somma totale delle perdite, si ottiene zero. Nella teoria dei giochi non a somma zero tutti, chi più e chi meno, guadagnano qualcosa e sono incentivati a collaborare. Sono basati su questo concetto gli esercizi che si fanno nelle imprese per far capire che, solo collaborando, si possono raggiungere degli obiettivi. Io ho provato ad applicare la stessa tecnica, gli stessi principi ad un gruppo d’acquisto.
E cioè?
Funziona così: noi acquistiamo il pesce dalle ragazze della coop “Bio e Mare” (http://www.tipitosti.com/rady-il-capitano-e-la-sua-ciurma-rosa.html), freschissimo e a un prezzo competitivo. Loro ce lo portano. Non solo. Visto che passano dalle parti di Parma, caricano il parmigiano dal caseificio San Salvatore. Noi “giriamo” quello che risparmiamo sul trasporto del parmigiano a Padre Mario, che lavora ad Haiti, in un progetto “Lakou”, con ragazzi di strada. Siccome, però, c’è una gara a chi è più generoso, anche i nostri fornitori “Bio e Mare”, “San Salvatore” e Mau, che ci fornisce l’olio, fanno un piccolo sconto, che mandiamo a Padre Mario, con una “cresta”, che di solito i GAS trattengono per i costi amministrativi, e che noi offriamo al progetto. Ma il furgone non torna vuoto in Lunigiana.
Perché?
Passa da Gionzana di Novara a prendere il riso dalla “Cascina Canta”, i cui clienti a loro volta acquistano il pesce fresco. Nasce un “circuito virtuoso”, in cui la competizione c’è, ma solo per ridurre lo spreco in ogni sua forma. Provi a moltiplicare questo ragionamento per tantissimi prodotti! Solo noi acquistiamo, a seconda delle stagioni, ciliegie (queste in particolare da Loredana, cooperante in pensione, che utilizza il ricavato per una ONG in Perù) pesche, albicocche, vino e altro. Questi circuiti ci sono e si stanno sviluppando in Italia e all’estero e si possono moltiplicare in mille e mille modi diversi.
Cosa serve?
Basta mettere in moto modi alternativi di affrontare i problemi. Ci sono ambienti e situazioni, in cui questi riescono meglio. Ad esempio, io ho imparato moltissimo alcuni anni fa quando mi sono messo in part-time e ho lavorato con persone molto capaci a creare progetti di sviluppo economico locale, partendo dall’analisi dei punti di forza di un territorio. Sono derivate cose interessantissime. Lavoravo in gruppo di lavoro eterogeneo e molto affiatato. Ero uno dei tanti, senza una posizione di privilegio gerarchico. Oggi, pur facendo il dirigente per una pubblica amministrazione, lavorare in quel modo e con quello spirito. è molto più difficile.
Perché è difficile?
Nel mio lavoro siamo tutti troppo ingessati in “ruoli”, “adempimenti”, “routine”, “gerarchie” per occuparci del gioco di squadra. Pensi che ci sono ancora norme nella Pubblica amministrazione, che definiscono le caratteristiche degli uffici in base al “grado” di chi li occupa (metrature, arredamento, suppellettili.) oppure che dicono come, in che ordine, devono sedersi le “autorità“, civili, religiose, militari, nelle occasioni ufficiali! Con queste liturgie non si va da nessuna parte! Intendiamoci, nella Pubblica Amministrazione c’è anche gente meravigliosa, che lavora per sé e il suo vicino, fannullone. Ma credo che si stia rincorrendo l’attribuzione del merito troppo tardi ed in maniera sbagliata.
Cosa vuole dire?
Mi accorgo di entrare in contatto con “giovani” di trenta, quaranta anni, che hanno dei numeri, ma che sono mortificati nelle loro aspirazioni di carriera da progressioni del passato generalizzate, di massa e senza merito. Che grigiore! Ma per fortuna, quando esco dall’ufficio, curo altri interessi. Mi do all’acquaponica, diversa dall’acquacoltura. Un’idea fantastica: perché è la coltivazione simbiotica di piante e animali acquatici in un ambiente di ricircolo.
Applicazione nella vita di tutti i giorni?
Ci sto lavorando da qualche mese. La prossima estate trasferirò parte del mio orto in acquaponica e poi farò i confronti tra la produttività tradizionale e questo sistema. Ho scoperto questo sistema di coltivazione tramite un giocatore di basket di colore americano, Will Allen, uno veramente “tosto” secondo la rivista “Time”, che lo ha classificato come una delle 100 persone più influenti del mondo.
Cosa ha fatto Allena in particolare?
Allen ha messo su una società senza scopo di lucro che insegna agli americani privi di grandi mezzi ad alimentarsi correttamente ed a produrre da soli parte del proprio cibo di qualità. http://iononperdonoetocco.wordpress.com/2011/07/20/doppio-collega/
Altri progetti?
Mi è sempre piaciuto saper fare qualcosa di “pratico” Forse, dopo aver fatto un bel po’ di esperienza, potrei fare come Allen: andare in qualche Paese del Sud del mondo ad insegnare alla gente a produrre il cibo con pochi mezzi, magari seguendo Lucia, mia moglie, che si sta preparando a fare la fisioterapista per chi non ha nulla. Comunque, vorrei fare meglio soprattutto il padre e il marito.
Si sente tosto?
Beh, rispetto ad altri, direi piuttosto “bollito”!
E l’aggettivo hub?
Annibale, un amico che si occupa a Bari di teoria delle reti e di temi legati alle “Politiche Giovanili” ha dato di me una definizione che mi è piaciuta tantissimo. Ha detto che sono un hUB, un elemento di connessione. E’ la definizione più giusta, perché tendo ad essere molto selettivo nelle relazioni e a mettere in contatto coloro che hanno tra loro profili di affinità
L’aggettivo che stona di più con la sua natura?
Odio la pigrizia, in tutte le sue mutevoli forme e sinonimi, non sopporto la “stupidità“, mi irrita “l’avidità“. Quando gli aggettivi “stupido”, “pigro” e “avido” trovano incarnazioni simultanee mettono a dura prova il mio autocontrollo!
Cinzia Ficco

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