Letizia: “Ho 77 anni e non ho smesso di lottare!”

Maria Andaloro ha realizzato questa intervista con una tipa davvero tosta, Letizia Battaglia, che merita di essere letta. Vorrei proporvela.

La incontro a casa sua, sono emozionata perché rappresenta chi non si ferma, non si ritira, non cede. E soprattutto rappresenta, in un mondo pieno di gente che gode di immeritata popolarità, chi non ostenta la sua straordinaria capacità di fermare attimi di essenza di vita e di morte. La esprime attraverso il suo lavoro di fotografa. È stata la prima donna europea a ricevere, nel 1985, ex aequo con l’americana Donna Ferrato, il premio Eugene Smith, a New York. Un riconoscimento internazionale per ricordare il fotografo di Life.  Ultimo premio internazionale ricevuto, l’Infinity Award Cornell Capa, nel 2009.

La seguo da anni e sentire qualche mese fa in un Tg che, dopo anni di impegno, la sua terra si accorge di lei e le dà un riconoscimento, mi ha fatto sentire in debito e quello che potevo fare era cercarla e dirglielo, e poterla raccontare.
Mi dice che fa la nonna, i suoi occhi sono quelli di una donna coraggiosa, forte, delusa, arrabbiata, combattiva, orgogliosa che attraverso le sue foto ci mostra da anni. In questo momento difficile dal punto di vista sociale, confuso dal punto di vista politico, debole dal punto di vista culturale, Letizia Battaglia rappresenta un punto di riferimento storico, mi dice che è del ’35, ha 77 anni.
E sorride, mi rassicura. Pippo, il suo cane, si mette accanto a me e io le do del tu.

Letizia sei una donna, una fotografa, una politica, sei editrice e giornalista. In Sicilia comunicare, relazionarsi, quanto è difficile?
Dipende da tanti fattori. Sono stata una ragazza generosa e poi una donna che amava la libertà per sé e per gli altri. È stato complicatissimo sul piano personale e privato. La gente di questa terra è spesso imprevedibile. Incapace di giudizi obiettivi, si lascia influenzare da pregiudizi. Come fotografa, il mio percorso non è stato privo di fascino, la comunicazione è avvenuta per strade non battute in precedenza. Passo dopo passo, lungo tanti anni di impegno e fatica, ho occupato un piccolo spazio di credibilità. Negli ultimi tempi però sono io che mi nego alla comunicazione, sono piuttosto delusa dal comportamento politico, dalla mancanza di autonomia dei miei conterranei. Avevo dieci anni e volevo un mondo migliore, ne ho 77 e voglio ancora questo. Ma a lottare si deve essere in tanti.

Questo numero si occupa molto di donne, donne forti, donne simbolo, donne dimenticate come Franca Viola, che reagisce a uno stupro alla fine degli anni 60 quando tutto era omertà, sottomissione, silenzio. Tu hai fotografato la morte, il dolore, la violenza e sentito l’odore della mafia. Ma cos’è la mafia, il ruolo delle donne in questo fenomeno quanto è importante?
Ritenevo che una donna, per sua natura, non potesse identificarsi con la cultura mafiosa. Pensavo che la subissero, che ne fossero vittime per amore, per parentela, per paura. In questi ultimi anni ho dovuto ricredermi da tanta ingenuità. Ed è stato un colpo forte perché da sempre avevo avuto necessità di credere che le donne non avrebbero mai lavorato per la guerra, per l’ingiustizia, per la prepotenza. Invece non è così. Resoconti di polizia e di cronaca ci riferiscono che dentro la mafia le donne possono avere un ruolo significativo non diverso da quello degli uomini, altrettanto speculativo e crudele. E anche all’interno della società cosiddetta civile il sentimento antimafioso che caratterizzò in particolare le donne, subito dopo le stragi che uccisero Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e le loro scorte,e si espresse in modo forte e sincero, da qualche anno si è affievolito.

Mentre mi dici che fai la nonna, scopro che stai lavorando ad un nuovo libro. Ci vuoi anticipare qualcosa?
Nonostante tutto, non posso – anche in questi anni in cui sono fortemente delusa – non fare riferimento, e con prepotenza, al mio sentire che la donna è una speranza per un mondo diverso, essenzialmente più giusto. Lavoro da 21 anni per una rivista realizzata e pensata da donne, Mezzocielo, coordinata dalla mia più cara amica, Simona Mafai, così come continuo a dare un ruolo essenziale alle donne nelle mie immagini. Le foto del nuovo libro sono state realizzate in questi ultimi cinque anni. Non sono foto di reportage, ma il reportage di tutti gli anni in cui l’ho fatto, è parte determinante delle nuove. Uso le vecchie foto di cronaca nera in grandi dimensioni come fondali, solamente come fondali, per creare una nuova scena in cui in primo piano ci sia qualcosa di vitale, una donna, una bambina, una ragazza. Ho bisogno di mettere in scena un sentimento forte di pena, di disgusto o di rabbia. Marta, la figlia di Patrizia, è la mia piccola musa. Lei capisce subito quello che voglio rappresentare e con un gesto di amore, prestandomi se stessa, mi restituisce un momento di speranza.

La Sicilia, diventerà bellissima?
Diventerà bellissima solo se i siciliani e le siciliane lo vorranno. Finalmente.

                                                                                                                  Maria Andaloro

http://www.magmagazine.it/2012/02/09/letizia-battaglia-bisogna-lottare-per-un-mondo-migliore/

“Non siamo ricchi. Ma vogliamo insegnarvi cos’è la felicità!”

“Non saremo mai la provincia più ricca d’Italia, né vogliamo diventarlo. Ma abbiamo qualcosa da dire sulla qualità della vita e sul benessere delle persone”.

A dirlo è Matteo Ricci, nato a Pesaro nel ’74, ragioniere, una laurea in Scienze Politiche, Presidente da tre anni della Provincia di Pesaro, che ha ideato un Festival molto particolare: quello della felicità, giunto, quest’anno alla seconda edizione.http://www.festivaldellafelicita.it/

Ad ispirarlo è stato un discorso di Bob Kennedy.

Dunque, Presidente, come è nata l’idea?

Ragionando con i cittadini. Tutto è partito circa tre anni fa, all’inizio del mio mandato in Provincia.

Ci dà qualche numero sulle persone che coinvolge e sulle ricadute in termini occupazionali ed economici della kermesse? 

Nella scorsa edizione, sono intervenuti: 21 professori e docenti universitari, 32 giornalisti, 21 scrittori, 28 politici e amministratori (tra cui 2 ministri, il presidente della Camera e il presidente nazionale di Sel). Ci sono stati 7 eventi speciali, 15 convegni nel cartellone principale, 4 concerti e spettacoli nel cartellone principale, 12 presentazioni di libri, 12 mostre, 82 manifestazioni collaterali.

Avete tanti sponsor per l’edizione di quest’anno, in programma per  il 25 maggio?

L’organizzazione pubblica è decisamente sobria.La Provincia, come per lo scorso anno, investe solo 20mila euro. L’equivalente di tante iniziative locali. Il resto viene dalla forte collaborazione istituzionale, dai privati, dalle imprese che ci credono, con la Banca dell’Adriatico ancora nostro main sponsor in questa edizione.

E’ stato difficile organizzarlo l’anno scorso? 

La sfida che abbiamo lanciato è complessa, rischiosa se vogliamo, tanto più in questo momento di rabbia e depressione. Ma i cittadini sanno che siamo alla ricerca di un nuovo modello di sviluppo per oltrepassare la crisi, capace di interpretare al meglio le necessità del presente e del futuro per il territorio. Abbiamo spiegato ai cittadini che stiamo utilizzando un linguaggio nuovo, diverso. Anche perché la classe dirigente deve cambiare espressioni. E ragionare sul diritto alla ricerca della felicità è un modo per rimettere al centro il bene comune e ridare dignità alla politica.

Quanto è stato seguito l’anno scorso il Festival? E quanto è pesato sulle tasche dei cittadini?

Lo scorso anno, il Festival ha avuto grandi riscontri. Sia in termini di pubblico, che di visibilità per il nostro territorio.La Provincia di Pesaro e Urbino investe solo 20mila euro, il resto viene dalla sinergia istituzionale e dai privati. Come si potrà immaginare, tuttavia, il ritorno è decisamente superiore.

Chi l’ha sempre appoggiata in questo progetto?

Oltre agli altri partner, l’Istat nazionale, con il quale si è instaurato fin da subito un rapporto di stima, specialmente con il presidente Enrico Giovannini.

Era un suo vecchio sogno? Ci pensava da tempo? Perché?

Perché è innegabile che la grande percentuale di ciò che fa felice una persona appartiene alla sfera privata: salute, affetti, relazioni, spiritualità. Ma interrogarsi su quella parte di scelte pubbliche che possono incidere sulla sfera privata può e deve caratterizzare la politica, nobilitando la sua missione.

Chi l’ha ispirata? Ci sono Festival simili in Italia? All’estero?

Il dibattito è internazionale e noi l’abbiamo portato in Italia. Nella provincia di Pesaro e Urbino ha trovato la sua collocazione ideale. L’ispirazione sta nel famoso discorso di Bob Kennedy del 1968 all’università del Kansas. Disse, in sintesi, che il Pil misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.

Cosa offre il Festival a chi partecipa?

Decine di eventi con figure di primo piano del mondo della politica, dell’economia, della cultura. Quest’anno interverranno scrittori, giornalisti, filosofi, intellettuali. In più, ci sarà anche un’anima pop, con personaggi della televisione e dello spettacolo. Tutti si confronteranno sull’idea di felicità, legando sfera pubblica e dimensione privata. Ogni visitatore darà il suo prezioso contributo alla manifestazione.

Altre novità nel programma di quest’anno?

Tra gli altri, ci saranno i ministri Corrado Passera e Fabrizio Barca, il commissario europeo alla Salute John Dalli, l’economista francese Jean-Paul Fitoussi. Ma anche Oscar Giannino, Oliviero Toscani, Vito Mancuso, Giorgio Giorello e tanti altri.

Chi vorrebbe in futuro come ospite?

Jovanotti e Michelle Obama

Quale l’ospite, la frase, l’intervento sulla felicità che l’ha impressionata di più sino ad ora?

Kathleen Kennedy, figlia del senatore Bob Kennedy, per quello che rappresenta nel legame ideale con questo Festival.

Quale idea di felicità viene fuori e dovrebbe venire fuori dal Festival?

La ricerca alla felicità è un diritto, l’abbiamo dimenticato per troppo tempo. La crisi dimostra che per 30 anni abbiamo sposato un modello effimero. Incentrato sul successo, sui soldi facili, sull’apparire, sul disimpegno. Ora quel ciclo culturale ed economico si è chiuso, abbiamo visto come è andata a finire. Si apre un altro capitolo ed è per questo che interrogarsi, oggi sul tema, significa rimettere in fila i valori che contano. A partire dal lavoro, dalla giustizia e dal bene comune.

Cos’è per lei la felicità? Si può realizzare in questa vita? E lei è felice?

Sono felice se anche gli altri intorno a me lo sono. Questa, in breve, è la mia idea di felicità.

Mi fa l’esempio di una persona felice?

E’ felice una persona in grado di ascoltare la felicità degli altri.

Secondo lei oggi è più difficile esserlo? Perchè?

E’ difficile perché veniamo da decenni in cui c’è stato un modello sbagliato, che si è rivelato fallimentare alla luce dei fatti.

Cosa serve per tornare ad essere felici?

Prima di tutto rimettere al centro il bene comune. A livello politico, direi scelte che vadano verso il lavoro e la redistribuzione della ricchezza.

Il filosofo, lo scrittore, il pittore, lo scultore o il regista che meglio di tutti ha rappresentato la felicità?

Direi Bob Kennedy per il suo celebre discorso all’università del Kansas. E’ stato un precursore, in tutti i sensi, anche per molti artisti.

I cittadini di Pesaro e Urbino sono felici come quelli del Buthan? Ma quelli del Buthan lo sono davvero?

Sono felici perché c’è una buona qualità della vita. Le scelte pubbliche possono contribuire a migliorare ancora il benessere delle persone: su questo vogliamo confrontarci e discutere. In Buthan? Anche la dimensione spirituale, come detto sopra, ha la sua valenza. Insieme alla cultura e alla conservazione dell’ambiente fisico. E’ un Paese che sulla massimizzazione della felicità interna lorda ha incentrato le sue politiche.

Pensa che la ricetta della vera felicità sia tutta concentrata nei libri di Serge Latouche ed altri suoi discepoli?

Penso che in generale sia giusto interrogarsi sulla qualità della crescita e non sulla decrescita. Perché altrimenti non ci sono occupazione e redistribuzione della ricchezza.

Di qui a cinque, sei anni cosa vorrebbe fare di questo Festival? Ha qualche idea?

Spero che cresca ulteriormente e che diventi, a livello o internazionale, l’evento principale del settore.

A cosa può servire un Festival così e a chi dovrebbe essere destinato?

Serve a edificare un nuovo modello di sviluppo, a indicare una strada dopo la crisi. E’ destinato alle nuove generazioni: i giovani sono i protagonisti del domani.

                                                                                                                            Cinzia Ficco

Il Rettore: “L’Aquila? Sarà la Città della Cultura e della Scienza!”

Dal professore Ferdinando di Orio, Rettore dell’Università degli Studi dell’Aquila, ricevo e con piacere pubblico questo contributo:

 

L’esperienza del sisma del 2009

Ricordando la tragica esperienza del 6 aprile 2009, a tre anni di distanza, non è facile distinguere ciò che si è vissuto da ciò che invece ci è stato raccontato. Tutto è diventato esperienza personale e al tempo stesso storia comunitaria. La mia memoria, la mia storia di quella tragica notte e dei giorni successivi è quella della mia Città, della mia Università, della mia Comunità. Il sisma ha ancor più unito la mia esperienza personale con la mia responsabilità istituzionale, legata al ruolo di rettore dell’Università dell’Aquila.

Forse proprio per questo ricordo in particolare la decisione di conferire la laurea ad memoriam agli studenti morti nel terremoto. Non è stato solo il riconoscimento a quanto con il loro impegno avrebbero meritato, ma per tutti noi, che lavoriamo nell’Università dell’Aquila, continua a rappresentare un invito a conservare memoria del loro sacrificio nel nome della cultura e della scienza.

Non c’è dubbio che L’Aquila con il suo terremoto e, poi, con “l’evento G8” sia stata molto presente sui mezzi di comunicazione. Anzi, qualcuno aveva auspicato tutto ciò, giustificandolo con la necessità di mantenere “i riflettori puntati” sull’Aquila per la paura di essere dimenticati dall’opinione pubblica e dalle istituzioni. Tuttavia, a distanza di tre anni, il timore che il grande processo comunicativo costruito intorno all’unico evento “sisma/G8” sia stato utilizzato strumentalmente – non dico strumentalizzato – a rappresentare significati diversi o quantomeno non coincidenti con quelli determinati dagli effetti del sisma, oggi sembra essere confermato alla luce di quanto è poi successo.

Così se nella prima fase si è corso il rischio, consueto per i mass-media della società dell’immagine, di una eccessiva spettacolarizzazione del dramma,  con la “messa-in-scena” di una grande rappresentazione del potere, è poi seguito un prolungato silenzio. Oggi forse l’evento sisma è non dico dimenticato da parte dell’opinione pubblica nazionale, ma certo collocato solo nel passato….

Il sisma e l’Università dell’Aquila

Ricordo che nel mio primo messaggio apparso sul sito web di Ateneo ripristinato già l’8 aprile 2009, riaffermavo l’insopprimibile volontà dell’Università dell’Aquila a continuare nella sua missione di formazione e di ricerca per contribuire alla rinascita di una popolazione così fortemente provata.

Dopo il sisma, abbiamo dovuto dare una risposta immediata all’emergenza. Abbiamo ricevuto subito collaborazione da parte del Governo, con il quale sono stati firmati – nel 2009 e nel 2011 – due importanti accordi di programma che garantiranno le risorse finanziarie necessarie per la ricostruzione dell’Ateneo aquilano.

Alcune difficoltà le abbiamo riscontrate, invece, nel rapporto con gli Enti Locali. In particolare, con la Regione Abruzzo, soprattutto rispetto alle esigenze dei nostri studenti.

Oggi possiamo affermare che l’Ateneo aquilano ha ormai superato la fase dell’emergenza. La prospettiva su cui stiamo lavorando è quella di un nuovo modello di Ateneo che da un lato consolidi la propria attività di ricerca e la tradizionale offerta formativa ma che, dall’altro, si proponga alla comunità scientifica per nuovi filoni di ricerca e che offra nuove proposte formative anche dal punto di vista delle modalità didattiche. Deve, però, essere mantenuta la caratteristica fondamentale dell’Università, che è la compresenza integrata di attività di ricerca e didattiche, perché la didattica deve essere al passo dell’evoluzione della conoscenza e deve soprattutto educare a quel pensiero critico che si nutre di ricerca continua.

La ricostruzione della città dell’Aquila

Guardo con preoccupazione quanto è successo nel più ampio quadro dei processi di ricostruzione della nostra città. Per alcuni la tragedia di un intero popolo ha rappresentato solo un’opportunità per «fare affari», magari ridendoci sopra.

La ricostruzione della Città, sostanzialmente, ancora non è partita, soprattutto a causa di un’eccessiva burocratizzazione dei meccanismi decisionali. E’ comunque fondamentale che essa avvenga nell’efficienza complessiva, ma mai a scapito della trasparenza. In nome dell’emergenza non si può rinunciare alla legalità, che non può essere interpretata né tanto meno presentata come un ostacolo, un impedimento all’efficacia della ricostruzione per scoprire, a posteriori e nella meraviglia e nello stupore di alcuni, che le tanto decantate risposte all’emergenza possono anche nascondere imprecisioni, trascuratezze, errori, se non addirittura occasioni di malaffare.

L’unica garanzia nei confronti di tutto ciò, sta nella legalità e nella trasparenza, che solo chi è in malafede può interpretare come ostacoli o impedimenti.

In questi tre anni ho spesso ricordato una frase di Jorge Luis Borges: Un «lavoro creativo è un po’ sospeso tra la memoria e l’oblio: bisogna ricordarsi tante cose, ma non tutte». Così è anche per il processo di ricostruzione della nostra città che richiede sì memoria del passato, ma anche lungimiranza e, soprattutto, creatività.

Ricordare «tante cose, ma non tutte» non vuol dire dimenticare, ma comprendere fino in fondo che per la ricostruzione creativa della Città, bisogna saper discernere e recuperare il bello presente nella sua storia, ma saper anche pensare il suo futuro con spirito rinnovato ed aperto in vista di una efficace e feconda sintesi tra antico e nuovo, secondo le più attuali tendenze della post-modernità.

Sono convinto che ciò sarà possibile a patto che tutti insieme – istituzioni e cittadinanza – sapremo guardare al passato per rintracciare un’identità della città che longitudinalmente si sviluppa nel tempo e rifiuta, proprio per questo, esogeni schemi culturali, sociali, urbanistici, architettonici, che da quella storia non emergono e quindi non le appartengono.

Purtroppo, mentre si dibatteva sulla possibile «new town» – con un anglicismo mai così inopportuno – in realtà si sono freneticamente e confusamente moltiplicati, nell’ambito del cosiddetto progetto C.A.S.E, i nuclei abitativi in una serie infinita e indefinita di cloni replicanti uguali a sé stessi e, in quanto tali, lontanissimi dall’idea di una città storicamente definita e antropologicamente pensata, anche nei suoi rapporti con l’ambiente.

Perché i terremoti – come è stato giustamente affermato – «possono cancellare una città solo se cancellano la voglia degli abitanti di riaverla, di rimetterla a posto, di rifarsi rifacendola».

Per questo l’idea di città da perseguire non può essere interpretata solo attraverso categorie edili, architettoniche e urbanistiche. Perché una città è la gente che la abita e che dà senso e significato al vivere insieme.

Il ruolo dell’Università per la ricostruzione della Città

Sono convinto che l’Università continuerà a giocare un ruolo fondamentale per la città dell’Aquila sia dal punto di vista culturale sia da quello economico. Se, infatti, nel nostro paese il rapporto Università-territorio è sempre stato segnato dal fatto urbano, ciò è particolarmente vero per l’Università dell’Aquila. In un primo tempo questo rapporto era legato sostanzialmente all’indotto determinato dalla presenza degli studenti (affitti, locali di ritrovo e di svago,ecc.) e al personale impiegato. Negli ultimi anni, soprattutto con il mio rettorato, aveva iniziato a svilupparsi una nuova mission dell’Università, rappresentata dalla valorizzazione della conoscenza scientifica e dalla sua trasformazione in risorsa strategica del territorio.

Paradossalmente, dopo il terremoto del 6 aprile, ritengo che avrà più difficoltà la prima e più immediata forma di rapporto che non la seconda. E questo a causa della distruzione del centro storico e di gran parte delle abitazioni che erano affittate agli studenti fuori-sede.

L’Università dell’Aquila è ora chiamata proprio dalle tragiche conseguenze del sisma ad aprirsi ancor più al suo territorio e alla sua città, assumendo responsabilmente su di sé le categorie e i processi che animano la società – con i suoi i problemi, le sue difficoltà, le sue aspirazioni, le sue attese – e cercare concretamente risposte efficaci.

La vitalità dell’Ateneo rappresenta il volano necessario per garantire un nuovo sviluppo alla città dell’Aquila, rispetto al quale non mi sento di condividere la convinzione, da alcuni teorizzata, che il terremoto possa rappresentare un’opportunità.

Se può essere umanamente giustificabile il tentativo di «trasformare il dramma in occasione di rinascita e di sviluppo», rischia tuttavia di essere fuorviante allorché non vengano adeguatamente considerate le caratteristiche della situazione antecedente al sisma, che indicava chiaramente nel comprensorio aquilano una delle aree maggiormente critiche, a causa del processo di deindustrializzazione subito nell’ultimo decennio. In questa situazione, già economicamente molto depressa, il terremoto ha causato effetti contraddittori, producendo da un lato danni diretti molto consistenti, ma anche alimentando un circuito di nuove merci e nuovi servizi, secondo le caratteristiche di una inedita economia di guerra, come è stata espressivamente definita, che non possono da sole esaurire quelle opportunità di sviluppo stabile e duraturo che si vorrebbe originassero magicamente dal sisma dell’aprile 2009.

Gli effetti del terremoto devono invece essere inquadrati in una prospettiva di più lungo periodo, puntando alla valorizzazione di ciò che già esiste per determinare le condizioni per un modello originale di sviluppo basato sulla innovazione.

Il cui presupposto fondamentale è rappresentato dal costante confronto tra tutti gli interlocutori istituzionali – amministrazioni pubbliche, sistema universitario, sistema imprenditoriale, sistema creditizio – in un circolo virtuoso basato sul rispetto dei propri ruoli, sulla fiducia reciproca, sulla disponibilità a far crescere culturalmente ed economicamente i nostri giovani ed il nostro territorio. La volontà di essere creativi ed innovativi, più delle risorse economiche stesse, rappresenta la premessa per creare un modello economico, un ecosistema di successo, non fondato sull’assistenzialismo ma su un utilizzo equo ed efficiente delle risorse disponibili.

La presenza di un Università qualificata nel territorio che, tra le sue vocazioni culturali, ha ben rappresentata quella di carattere scientifico-tecnologico, costituisce un elemento di straordinaria rilevanza che dovrebbe essere maggiormente considerato in sede di programmazione politica nazionale e regionale.

E’ su questa base, dunque, che si fonda la concreta prospettiva di rilanciare l’Aquila come Città della Cultura, della Scienza e della Tecnologia

Nicoletta: “E qualcosa rimane … del mio sogno!”

Scrittrice. E’ diventata una scrittrice e ne è fiera. Le piace gridarlo alla sua famiglia e a se stessa. Era il suo sogno da bambina. Ci sperava, ma non era affatto sicura che un giorno ci sarebbe riuscita e con una casa editrice blasonata.

Il suo libro “E qualcosa rimane”, che ha scritto in treno e quando i suoi bimbi schiacciavano dei pisolini al mare, le sta regalando tante soddisfazioni. Scriverlo, vedremo, non è stato facile. Ma Nicoletta Bortolotti, svizzera, è tosta, ce l’ha messa tutta e ora è pronta per festeggiare insieme con la sua famiglia. “L’evento – sorride e dice orgogliosa-  merita”.

 Dunque, dopo l’uscita di “E qualcosa rimane” potrà finalmente dire che fa la scrittrice.

Sì. Mi piace rispondere di sì a questa domanda, perché in passato ho sempre avuto difficoltà a pensarmi come una scrittrice. Io.. scrittrice? Sì, va be’, mi dicevo, sono madre, redattrice, pendolare, moglie e mi piace anche scrivere. Invece, oggi, posso affermare prima di tutto con me stessa, sì, a tutti gli effetti mi sento una scrittrice.

Cos’è la scrittura per lei?

Quasi una terapia. Scrivere mi fa stare bene, mi fa sentire viva, a casa, in contatto con le mie parti più autentiche. Inoltre, quando scrivi, trasferisci su altri personaggi, conflitti o problemi che a te sembrano irrisolvibili, che magari ti trascini dentro da anni senza mai trovare una soluzione. E, invece, i tuoi personaggi ti indicano strategie nuove, sentieri laterali a cui non avevi pensato. Talvolta ci ridono pure sopra, e in questo caso il riso non scaturisce da un atteggiamento superficiale, ma da un modo intelligente di integrare i drammi nella propria vita.

È sempre stato il suo sogno?

Sempre. A casa dei miei avevamo una grande libreria con più di mille volumi, di genere diversissimo, perché mio padre e, soprattutto, mia madre erano lettori onnivori e senza pregiudizi culturali. Ogni tanto guardavo il dorso ingiallito delle edizioni economiche e immaginavo come sarebbe stato bello se un giorno, su quei dorsi, avessi visto stampato anche il mio nome.

Quando e come ha iniziato?

Ho scritto poesie, interi quaderni di poesie, come una specie di diario che mi ha accompagnato dall’adolescenza alla giovinezza. Qualche racconto ogni tanto. Poi non ho più scritto nulla per circa dieci anni. Può sembrare strano, ma ho ripreso quando sono stata in maternità. Ero a casa dal lavoro ed era come se quel tempo dedicato al bambino che stava crescendo dentro di me fosse un tempo dedicato anche a me stessa. Un’occasione per fermarmi, per capire chi ero e cosa volevo fare. Stava nascendo mio figlio e stavo nascendo anch’io. Talvolta sono i bambini a far diventare grandi i genitori. L’energia creatrice che scaturiva dal diventare madre illuminava inaspettatamente molti altri aspetti della mia vita. Non a caso, il mio primo libro, umoristico, uscito per Baldini & Castoldi Dalai, s’intitolava Neomamme allo stato brado. Poi ci sono stati alti e bassi, scrivere è anche una strada in salita, difficile, non è tutto rose e fiori… Bisogna avere tanta fiducia, resistere ai rifiuti e ai momenti di deserto, in cui sembra che non accada niente. Bisogna sentire dentro che, comunque vadano le cose, scrivere è quello che vuoi fare, che ti piace fare, che appartiene a te, a prescindere dagli applausi o delle critiche.

Quanto è stato difficile, faticoso realizzare questo sogno?

All’inizio mandavo i miei scritti a pioggia, come fanno in tanti, e, dopo una valanga di rifiuti, mi telefonò un giorno Cristina Lupoli, della Baldini & Castoldi, per comunicarmi che nel mucchio dei manoscritti impilati sulla sua scrivania, le era capitato sottomano il mio e l’aveva fatta ridere. Questo per dire che le proposte vengono lette anche all’interno di una grande casa editrice… Forse più che lo sforzo o la difficoltà, che non dovrebbero essere pesanti, visto che scrivere è soprattutto un piacere, quello che conta è la pazienza. Ci può volere molto tempo prima di realizzare il proprio sogno, la strada può essere lunga e, intanto, bisogna divertirsi. È importante non dimenticare di vivere, amare, fermarsi e cogliere la fragolina sul sentiero mentre si sta scalando la montagna. Accanendosi troppo sull’obiettivo e, magari, pensando con rabbia e vittimismo che sono gli altri a rifiutarci e a non capire il nostro valore, ci si amareggia l’esistenza e non si ottiene nulla. Occorre provare e riprovare, essere tenaci, migliorare sempre la qualità della propria scrittura.

Chi l’ ha incoraggiata?

Mia madre e mio padre. E le persone che di volta in volta mi hanno spronato a continuare, quando pensavo, basta, adesso mollo tutto…

Chi, invece, l’ha ostacolata?

Me stessa. E poi i rifiuti, le porte chiuse.

Quando scrive? So che le piace farlo alle 5 del mattino e spesso in treno. Come mai?

Lavoro nella redazione ragazzi della Mondadori, un lavoro bellissimo e creativo, ma che richiede grande concentrazione. La sede di Segrate è a un’ora e mezzo di distanza da dove abito. Per questo ogni giorno prendo il treno. Nel tempo libero faccio la mamma. Lei mi chiederà: ma dove lo trova il tempo per scrivere? Risposta: al mattino presto, a volte punto la sveglia prima di andare al lavoro. Oppure sul treno. Perché buttare via tre ore di viaggio al giorno che per la scrittura sono un tempo preziosissimo? Non sono neanche di quelle che hanno bisogno del silenzio assoluto per concentrarmi, perché ho sempre studiato e lavorato in un’allegra baraonda. Sembra paradossale affermarlo, ma sono quasi contenta di essere pendolare, anche se noi pendolari ci lamentiamo sempre! Se non avessi questo viaggio da fare, questo tempo forzato da dedicare a me stessa, in cui poter leggere, ascoltare musica, chiacchierare, sfogliare riviste di gossip (mica bisogna sempre essere pesanti!) e scrivere, quando scriverei?

Chissà come saranno intense le sue giornate!

Gliele racconto con un brano tratto dal Filo di Cloe, il mio precedente romanzo che è la storia della famiglia Mulinonero, alle prese con il precariato e la disoccupazione, il cui padre perde il lavoro quando nasce la seconda figlia. La voce narrante è quella di Cloe, la bambina appena nata. Su YouTube c’è un video tratto da questo libro.

“Mia madre, in punta di piedi, entra in camera nostra come in un santuario, ci osserva, ci copre e ci annusa. Aspira un po’ di polvere magica per cominciare la giornata. Poi corre a prendere il treno, poi corre al lavoro e progetta palazzi di vento perché ha un contratto a progetto, poi ri-corre a prendere il treno, e la sera deve elencare a GD tutte le fermate e guai se sbaglia l’ordine o se ne dimentica una (…) Qualche volta intrecciamo i nostri respiri. Qualche volta i piedi a vongola di mia madre e quelli a nodo semplice di mio padre si muovono come paguri nel mare buio delle lenzuola, si sfiorano e strofinano le loro chele.”

La scrittura: una terapia non solo per lei. Ci sono stati momenti in cui i suoi libri hanno salvato in qualche modo la sua famiglia. E’ così?

Mio marito è stato messo in mobilità quando era appena nata la nostra seconda figlia e io avevo un contratto a progetto. In questo senso Il filo di Cloe è un romanzo molto autobiografico. È stata dura perché mi sono ritrovata con due figli piccoli, di cui una neonata, a dover, per un periodo, mantenere la famiglia. Con le mani lavoravo al computer e con un piede cullavo la piccola Sara nella sua cestina… Mio marito era molto depresso e chi non ha provato cosa vuol dire perdere il lavoro avendo dei bambini, non può capire la spirale infernale in cui precipita una famiglia. Non solo per le preoccupazioni materiali che riguardano il come sopravvivere, ma anche per la tensione psicologica. Ci sono voluti tanto tempo e tanta pazienza per risollevarci, ma alla fine, mio marito che è tecnico informatico ha aperto la partita Iva e piano piano i clienti sono arrivati. Io ho trovato stabilità nel lavoro di redazione. In quel periodo nero ci ha sostenuti una grande solidarietà di coppia e questa frase samurai: “Non giudicare la tua giornata da quello che hai raccolto, ma da quello che hai seminato.”

Com’è cambiata la sua scrittura  in quel periodo?

Scrivere mi dava gioia, era uno spazio vitale, dove i problemi rimanevano fuori dalla porta. O dalla tastiera.

Come nasce E qualcosa rimane? Cosa rappresenta?

Il libro nasce da un’immagine, quella di due letti a castello: uno sfatto e disordinato e uno tutto precisino, ma solo in apparenza. In quest’immagine c’erano già i personaggi di due sorelle molto diverse fra loro, Viola e Margherita, e in realtà molto simili. La trama è inventata, di fantasia, ma qualche episodio autobiografico c’è. quella di Margherita, rispecchia abbastanza quello che sono e che vivo quotidianamente. Il personaggio di Viola, invece, è più romanzato. La cosa buffa è che i lettori scambiano per autobiografici molti accadimenti che invece non lo sono, quasi volessero che fosse tutto vero…

Quanto ci ha messo per scriverlo?

Circa un anno. E un altro anno per riscriverlo, supportata da due persone di grande valore e sensibilità letteraria: Monica Malatesta, dell’agenzia letteraria di Piergiorgio Nicolazzini, e Giulia de Biase, editor alla Sperling & Kupfer.

Quali sono state le difficoltà più grandi nella stesura del libro, dovendo badare al lavoro e alla sua famiglia?

Il fatto di scrivere nei ritagli di tempo. Da un lato, questo aiuta a essere più veloci e disciplinati, dall’altro, però, costringere a interrompere la concentrazione e spesso fa “perdere il filo”. Fra l’altro, ho scritto E qualcosa rimane in parte al mare, quando i bambini facevano il pisolino, e in contemporanea con un piccolo romanzo per ragazzi tratto dal videogioco di Giulia Passione. Un pomeriggio andavo avanti con Giulia, quello successivo con il mio romanzo. Sono anche autrice per ragazzi, per Mondadori, soprattutto come ghost writer.

Di cosa ha bisogno per scrivere?

Scrivo un po’ a mano su un taccuino moleskine o su un normale quaderno e un po’ sul computerino portatile.

Ritiene di aver realizzato un sogno, visto che ha pubblicato con una casa editrice blasonata? Ha già in mente altro?

Sono molto contenta di aver pubblicato per Sperling & Kupfer, perché è una casa editrice in continua crescita, con un catalogo di grande qualità che migliora negli anni, come un buon vino. Ho in mente un romanzo su un tema difficile che spero di riuscire a narrare dall’angolazione giusta…

Tre aggettivi che vorrebbe la critica usasse per il suo libro?

Le dico gli aggettivi che più di frequente hanno usato i lettori: emozionante, commovente, intenso. E, se me ne permetti un quarto, divertente.

Il commento che l’ha colpita di più dei suoi lettori?

“E qualcosa rimane” è un libro che ti attraversa l’anima. Te la accarezza, te la scuote, te la coccola.

Si, è un libro che ti coccola l’anima.

Un’ esplosione di sentimenti, di battiti di cuore, di brividi.

Una storia familiare, rapporti che si interrompono senza interrompersi mai. Legami indistruttibili, nonostante tutto. Di Barbara Villa Mastropierro

A chi è rivolto questo libro?

Pensavo che fosse rivolto soprattutto a un pubblico femminile, diciamo fra i trenta e i sessant’anni, invece ho ricevuto pareri molto positivi anche da uomini.

Cosa le manca ora?

Un viaggio con la mia famiglia, per festeggiare.

Quanto si sente tosta?

La mia vita non è stata sempre lineare, ma è proceduta a balzi, cadute, risalite. Parrebbe più un paesaggio di montagna che di pianura. Ho attraversato un po’ di sofferenza. E alla fine penso, come sostiene anche la psicologa Mara Sciorra, che il vero ottimismo non sia dirsi “va tutto bene”, ma, di fronte a un problema, poter affermare con coraggio e determinazione “ok, me ne posso occupare”. Questa è forse la conquista più tosta della maturità. Dei fatidici quarant’anni. Perché, gli aquiloni si alzano in volo controvento.

                                                                                                                            Cinzia Ficco

Storia di due amici torinesi, un gelato e un …fiordaliso

Mura Mura, cioè piano piano, sono arrivati a scomodare persino il New York Times.

Merito della loro idea, suggerita dal papà di Slow Food, tenuta nel “congelatore” per qualche mese e che oggi viene raccontata in un libro, edito da Bompiani, dal titolo: “Grom. Storia di un’amicizia, qualche gelato e molti fiori”. 

Di chi parlo? Di due amici torinesi, Guido Martinetti (’74) e Federico Grom (’73), parecchio tosti, e del loro sogno, che è diventato una grande impresa.  Fanno gelati, e, quasi di sicuro, i migliori al mondo. L’ha scritto anche la stampa specializzata all’estero. E pensare che, prima di iniziare,  di gelati e coni non capivano un’acca.

Guido era enologo, Federico, manager. : www.grom.it

“Nel 2002 – racconta Guido –  ho letto su “La Stampa” un articolo di Carlin Petrini, il fondatore di Slow Food. La tesi di Petrini era che ormai in pochi facessero un gelato artigianale “come una volta”, senza additivi e rispettando la stagionalità delle materie prime. Già allora il mio interesse per il food e l’agricoltura era forte, e riflettere sulle parole di Petrini è stato inevitabile”.

Perché?

Ho capito che nel mondo del gelato era ancora possibile innovare e che avrei potuto, anche se allora era ancora un sogno, farlo io. Grazie alla passione per la gastronomia, ho poi compreso che al rifiuto degli additivi chimici e al rispetto della stagionalità delle materie prime avremmo dovuto aggiungere un terzo principio e comprare solo i migliori ingredienti disponibili sul mercato. Esattamente come fanno gli chef dei più prestigiosi ristoranti.

Poi?

Pochi giorni dopo ne ho parlato a Federico, che avevo incontrato durante il liceo grazie a degli amici comuni e conosciuto meglio durante il servizio militare, prestato per un certo periodo insieme.

Come vi siete organizzati?

Federico, grazie alla sua preparazione, ma soprattutto alla sua serietà e alla sua solidità, era la persona giusta per far camminare su gambe solide il mio sogno: fare il gelato più buono del mondo. Qualche giorno dopo, un po’ perplesso, mi ha mostrato il business plan, che aveva studiato per verificare la fattibilità del progetto. Potevamo farcela!

Quanto avete investito?

Abbiamo investito 32.500 euro a testa e ottenuto finanziamenti dalla banche per il restante 50% dell’investimento, pari a 65 mila euro. Abbiamo inaugurato la nostra prima gelateria in Piazza Paleocapa a Torino nel 2003, in un piccolo locale di 25 metri quadrati.

E’ stato faticoso partire?

All’inizio abbiamo dovuto studiare molto, fare turni di notte per lavorare in gelateria,  mantenere le rispettive professioni e credere sempre nel nostro sogno, sfidando anche alcuni pregiudizi sociali.

Quali?

Quelli secondo i quali alcune professioni sono “migliori” di altre. Le confesso che di studiare, lavorare molto e crederci non abbiamo più smesso!

Come hanno reagito i torinesi all’apertura del negozio?

Abbiamo ottenuto un’entusiastica e immediata risposta da parte degli abitanti di Torino. Subito si sono formate lunghe code di persone in attesa di mangiare il nostro gelato. È stata una grande soddisfazione, come leggere l’articolo che Carlin Petrini ha scritto su di noi nel luglio del 2003, pochi mesi dopo l’apertura del negozio e che sicuramente ha contribuito al passaparola.

La stampa estera vi ha dedicato molta attenzione!

In occasione dell’inaugurazione della nostro primo negozio a New York, il New York Times ci ha dedicato un’intera pagina e in seguito hanno scritto di noi il New York Sun, il New York Magazine, Le Monde, Monocle. All’estero i nostri prodotti sono molto apprezzati, anche per la loro “italianità”. Andiamo molto orgogliosi del fatto che i nostri negozi vengano sentiti come “piccole ambasciate del gelato italiano” all’estero!

Ci dia qualche numero!

Attualmente abbiamo 57 negozi, tra quelli in Italia e quelli aperti a New York, Tokyo, Osaka, Parigi e Malibu e i dipendenti sono circa 500. In nove anni siamo cresciuti molto, ma vogliamo continuare ad impegnarci e a migliorare.

La crisi non vi sfiora? Siete in controtendenza?

Prima di parlare di crisi finanziaria bisogna fare una necessaria precisazione e distinguere la crisi del credito da quella dei consumi, anche se, ovviamente, ci sono cause e fattori comuni alle due situazioni. Come molte realtà imprenditoriali, risentiamo dell’aumento del costo del denaro e delle maggiori difficoltà da affrontare per l’accesso al credito. Il settore di mercato in cui operiamo, invece, è stato toccato in misura inferiore dalla diminuzione dei consumi: il costo medio di una coppetta di gelato o di un cono é di circa 2 euro e 50, una cifra ancora accessibile quasi a tutti. Sicuramente vogliamo ancora crescere. Portare il nostro gelato a tutti quelli che lo amano e farlo amare da quelli che ancora non lo conoscono, è parte del nostro sogno!

Ce l’avete fata. Ma qual è il segreto del successo?

Il nostro segreto è alzarsi presto al mattino, lavorare molto e offrire il miglior gelato possibile. Fondamentale è anche circondarsi di persone perbene e suonare tutti insieme, come un’orchestra. Inoltre in più di un’occasione siamo stati aiutati da un poco di fortuna.

Ci parla del gelato? 

Il nostro gelato è prodotto senza fare ricorso ad additivi chimici, senza mono e digliceridi ed emulsionanti. Utilizziamo solo frutta di stagione, proveniente dalla nostra azienda agricola Mura Mura o acquistata nei migliori consorzi.

Il gusto che preferite?

La Crema di Grom: crema all’uovo, paste di meliga e granella di cioccolato fondente. È un gusto dalla spiccata “piemontesità”, che esprime bene uno dei nostri propositi: guardare alla tradizione gastronomica italiana e reinterpretarla.

Ha parlato dell’azienda agricola Mura Mura

Sì, è nata nel 2007 da una grande consapevolezza: ogni cibo che mangiamo viene dall’agricoltura e non si può produrre cibo di qualità senza fare agricoltura di qualità. Abbiamo 15 ettari di terreno a Costigliole d’Asti e coltiviamo pere, fichi, albicocche, pesche, meloni e fragole con metodo biologico. Mura Mura ci consente di produrre frutta senza l’obbligo di sottostare ai canoni estetici imposti dal mercato e di concentrare tutti i nostri sforzi sul gusto, raccogliere la frutta solo quando è giunta alla perfetta maturazione, cosa che purtroppo oggi accade raramente. Mura Mura per noi significa anche poter continuare a sperimentare. Il fiore all’occhiello dell’azienda è un frutteto sperimentale di circa 100 piante, nel quale abbiamo piantato cultivar di vecchie varietà di frutta. Grazie al frutteto sperimentale possiamo scoprire quali sono le varietà di frutta migliori per i nostri sorbetti! Mura Mura, come qualsiasi attività agricola, insegna prima di tutto il rispetto: da quello per la biodiversità a quello per ritmi diversi dai nostri. Mura Mura in malgascio significa, infatti, “piano – piano”.

Lei dice che quando inventate un gusto nuovo pensate al passato. Cosa significa?

L’idea di guardare al passato arriva anche da Mura Mura, o, meglio, dalla convinzione che, come nel caso del ritorno all’agricoltura, a volte per andare avanti sia necessario fare un passo indietro.

Il vostro gelato, dunque, non ha concorrenti?

Ci sono altre buone gelaterie. In generale pensiamo che qualcuno seguirà il nostro esempio e che in futuro la qualità media dell’offerta di gelato nel nostro Paese si alzerà.

In futuro?

Sicuramente continueremo a faticare tanto. Ma anche perché è grande la passione che nutriamo nei confronti del nostro lavoro, e che ci anima ogni giorno.

Vi sentite tosti?

Se essere tosti significa essere persone serie, che seguono con determinazione i propri progetti, allora sì.

Aprirete negozi al Sud?

Nel 2011 abbiamo inaugurato le nostre due prime gelaterie in Centro Italia, entrambe a Roma, e continuare ad aprire negozi al Centro e al Sud rientra sicuramente nei nostri progetti. Si tratta, però, di un processo che richiede tempo ed attenzione: abbiamo scelto di non aprire negozi in franchising, per rispettare i ritmi di crescita di Mura Mura, cioè i ritmi più lenti della natura, e non le nascondo che la distanza pone ancora delle difficoltà di ordine logistico.

Quindi?

Questi fattori ci fanno pensare che al momento non saremmo in grado di gestire eventuali apertura in Sud Italia con la dovuta professionalità. E alla professionalità non possiamo in alcun modo rinunciare. E non lo faremo mai. Allo stesso tempo, però, siamo ottimisti e pensiamo che le cose cambieranno, speriamo già in tre o quattro anni.

Il fiordaliso è il fiore simbolo di Mura Mura. Perché?

Il fiordaliso è un fiore che cresce solo sui terreni particolarmente puri e che, di conseguenza, purtroppo si vede sempre di meno. A Mura Mura ne spuntano moltissimi, perché è un luogo puro. Come l’amicizia tra me e Federico, che nel libro “Grom. Storia di un’amicizia, qualche gelato e molti fiori” abbiamo voluto simboleggiare proprio con il fiordaliso. Pensiamo che il rispetto per l’ambiente sia uno dei principali doveri per chiunque voglia vivere civilmente, perché questa terra ci è stata data “in prestito” e presto la abiteranno i nostri figli. Non solo il nostro gelato rispetta l’ambiente, ma lo fanno tutte le nostre gelaterie. Nel 2008 abbiamo avviato il progetto ecologico Grom Loves World.

Cioè?

In tutti i negozi abbiamo sostituito la plastica con il Mater-Bi, una bioplastica compostabile realizzata con amido di mais e olii vegetali ed abbiamo iniziato ad utilizzare solo carta certificata FSC, realizzata con legno proveniente unicamente da foreste controllate. E ovviamente differenziamo i rifiuti!

Non solo gelato, giusto?

Sì, le cinque arnie che abbiamo a Mura Mura producono dagli 80 ai 100 kg di miele, che usiamo per il piccolo consumo o che regaliamo agli amici!

Dal primo maggio a fine ottobre Mura Mura è aperta a tutti! Basta scriverci all’indirizzo info@mura-mura.it

Il gusto del mese di giugno?

Sarà fiordilatte con amarene e granella di cioccolato fondente.

Il suo abbinamento preferito?

Crema di Grom e torroncino con un ciuffo di panna montata.

Per chiudere, il progetto che vorreste realizzare di qui a cinque sei anni?

Attualmente il nostro più importante progetto per il futuro è l’organizzazione del nuovo laboratorio bakery nella nostra sede di Mappano.

A cosa servirà?

Il laboratorio ci permetterà di produrre direttamente i biscotti che utilizziamo come ingredienti per alcuni gusti e, speriamo già a partire dal 2013, di produrre anche i coni. Coni e biscotti saranno senza glutine e, di conseguenza, adatti al consumo anche da parte dei clienti celiaci. Vogliamo che in una gelateria Grom i gusti che proponiamo possano essere gustati da tutti!

Per chiudere, a chi vorrebbe far assaggiare il suo gelato?

Le confesso che mi piacerebbe molto che Mina assaggiasse il nostro gelato. In un’intervista andata in onda nel programma di Fabio Volo “Italoamericano” Sarah Jessica Parker ha “recensito” entusiasticamente la sua esperienza da Grom a Firenze!

                                                                                                                         

                                                                                                                          Cinzia Ficco.

Ps Le foto scattate a Mura Mura sono di Viola Berlanda, le altre sono dello studio Daylight.

Ricordiamo Bhatti, il Martin Luther King pakistano!

Chi era Shahbaz Bhatti? E perché è stato ucciso? 

Se avete voglia di conoscere la storia di un eroe, un vero tipo tosto, vi consiglio di leggere un libro, pubblicato di recente dalle Paoline e scritto da Roberto Zuccolini, giornalista del Corriere della Sera e Roberto Pietrolucci, funzionario del Ministero dell’Interno, che dal 2000 è responsabile della Comunità di Sant’Egidio in Pakistan. Titolo:Shahbaz BhattiVita e martirio di un cristiano in Pakistan”.

In poco meno di 180 pagine è racchiusa la vita del Martin Luther King dei cristiani in Pakistan.

Batthi, grande amico di Andrea Riccardi, ministro per la Cooperazione e l’Integrazione che ha curato la Prefazione del libro, è stato un cristiano, un martire. Ministro per le Minoranze del Pakistan, fu ucciso il 2 marzo dell’anno scorso, a soli quarantadue anni, mentre avversava senza scorta il centro di Islamabad.

Batthi non cercò la morte, ma non volle rinunciare alla sua battaglia per i deboli e gli oppressi. Era un cattolico innamorato del suo Paese  a grande maggioranza musulmana, che ospita significative minoranze, e credeva nella cultura della pacifica convivenza scritta nelle sue origini. Per questo, nonostante le pesanti minacce ricevute, scelse di  non abbandonarlo, vivendo per gli altri fino alla fine.

Ad un anno dalla sua morte, che fece indignare il mondo, questa prima biografia – ricca di documenti e testimonianze dirette – ci permette di ripercorrere tutta la sua vita, dall’adolescenza fino alle tante conquiste civili ottenute per le minoranze.

Bhatti fu uomo del dialogo, amico di tanti musulmani, persona limpida, di fede profonda, in un Pakistan che da anni non conosce pace. Ci lascia un messaggio universale, un’eredità preziosa che oltrepassa i confini del suo Paese, con una forza che solo i martiri riescono a trasmettere.

Ma vediamo perché è stato ucciso.

A leggere Riccardi, Shahbaz è stato un politico, un grande federatore di fronte al mondo tanto diviso delle minoranze. Lottava e sognava un futuro diverso con una passione tutta evangelica. A soli tredici anni comprese che la sua “vocazione” era quella di spendersi  “per i cristiani e per i poveri”. “Era un venerdì santo e – racconta lo stesso Bhatti-  aveva appena ascoltato una predicazione sul sacrificio di Gesù”.

Una fede profonda accompagna anche tutto il suo percorso politico. Non era ancora ventenne  quando, con i suoi compagni di lotta, riuscì a bloccare  un progetto di legge che avrebbe obbligato ogni cittadino pakistano ad aggiungere la propria confessione religiosa sulla carta d’identità.

Dopo le battaglie portate avanti con il suo Christian Liberation Front, a difesa dei diritti dei cattolici e dei protestanti, fondando l’All Pakistan Minorities Alliance, intuì l’importanza di un patto con le altre   minoranze  presenti nel Paese e del lavoro a favore di tutti i poveri e le vittime dell’ingiustizia, senza distinzioni.  Tanto che, in occasione del terribile terremoto che colpì il Pakistan nel 2005, si preoccupò  che gli aiuti raccolti arrivassero a tutti, a partire dai musulmani che erano rimasti senza casa. Bhatti era convinto che la giustizia resa alle minoranze rendesse il Pakistan  migliore per tutti, anche per la maggioranza musulmana.

Intense le pagine dedicate alla difesa di Bhatti nei confronti di Asia Bibi, la donna cristiana,  diventata simbolo di questa lotta a livello mondiale e che molti indicano come prima causa della morte dell’ex Ministro, con quella del governatore Taseer, un giusto musulmano.

Secondo Riccardi, Bhatti non era un uomo di partito e non avrebbe voluto diventare  né parlamentare, né ministro. Ma alla fine, dopo tante resistenze, accettò di assumere l’incarico politico.

In appena tre anni (2008-  2011) raggiunse grandi risultati: dalla legge nazionale  che stabilisce, per gli uffici pubblici, l’obbligo di assumere almeno il 5 per cento del personale tra le minoranze religiose all’istituzione della festa delle Minoranze, l’11 agosto, giorno anniversario dello storico discorso alla nazione pakistana, con il quale nel 1947, Ali Jinnah proclamò uguali diritti per tutti i cittadini. 

Bhatti si impegnò anche per l’abolizione  della legge sulla blasfemia, che prevede pene molte severe, fino a quella capitale.

Dopo la morte di Bhatti il suo Ministero è sopravvissuto, anche se ora ha un nome diverso. Suo fratello Paul è diventato consigliere speciale del primo ministro per le Minoranze.

A sostenere questo eroe nelle sue battaglie ci fu la fede. Poco prima di morire aveva letto un passo delle Sacre Scritture.

La sua Bibbia è custodita nella Basilica romana di San Bartolomeo all’Isola Tiberiana, tra le memorie dei martiri del nostro tempo.

 

Bhatti:Io dico che, finché avrò vita, fino al mio ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi, i poveri. Credo che i cristiani del mondo, che hanno teso le mani ai musulmani colpiti dalla tragedia del terremoto in Pakistan, abbiano costruito dei ponti di solidarietà, d’amore, di comprensione, di cooperazione e di tolleranza tra le due religioni”

                                                                  (dal Testamento spirituale di Shahbaz Bhatti)

Simone l’ eretico e quel libro segreto di Gesù

Si definisce un biblista eretico. Le sue teorie stanno facendo discutere parecchio qualche testa d’uovo all’ interno della Chiesa e lasciando “indifferenti” gli scienziati.

Ma lui non si arrende e continua a portare in giro per l’Italia il suo ultimo lavoro: “Il libro segreto di Gesù”, edito da Newton Compton.

Si tratta di Simone Venturini, nato a Fano nel’66, oggi Officiale dell’Archivio Segreto Vaticano e docente di Esegesi del Pentateuco alla Pontificia Università della Santa Croce di Roma, ex Direttore della Biblioteca della Pontificia Università Lateranense, che ha raccolto e divulgato, appunto in un testo, i risultati di studi condotti su documenti solitamente trascurati dalla ricerca biblica.

“L’idea di scrivere un testo un tantino polemico – fa capire – è nata dal desiderio di andare incontro alle domande della gente. Ho cercato di dare risposte con parole semplici e chiare e non con i soliti paroloni delle teste d’uovo di turno”.

Quanti e quali documenti ha utilizzato?

Mi sono servito di tutti quei documenti e reperti, che solitamente vengono trascurati dalla ricerca biblica. Per esempio, la cosiddetta “rivelazione di Gabriele”, un testo ebraico del 4 secolo a.C., scritto su pietra e che testimonierebbe come le profezie di Gesù non siano delle invenzioni dei primi cristiani, bensì autenticamente pronunciate da lui durante la sua vita.

Qual è la teoria raccolta nel suo libro?

Il mio libro cerca di far capire che certi argomenti – come quelli che toccano la vita e la morte – non si affrontano solo con la testa, ma anche col cuore.

Fin qui, nulla di nuovo!

Concretamente, affermo che la morte di Gesù non è il punto fermo della sua storia, ma l’inizio di un viaggio oltre i confini della morte. Un viaggio che anche noi potremmo fare un giorno. Per alcuni versi, la mia è una ricerca del tutto originale, soprattutto nell’ultima parte, in cui cerco di capire cosa potrebbe accaderci subito dopo la morte.

Il testo è originale nello stile!

Sì, poiché rinuncio senza indugio a qualsiasi termine di difficile comprensione o che odori di clericalismo.

Lei dice: “Per capire cosa sia accaduto dentro la tomba di Gesù non occorre pensare ad una inverosimile sospensione delle leggi fisiche, quanto piuttosto ad una straordinaria concomitanza di innumerevoli fenomeni fisici, retti da leggi che solo in minima parte riusciamo a spiegare”. 

Cosa vuole far intendere? 

Il soprannaturale, così come viene ingenuamente concepito da molti, sembra coincidere con una sospensione delle leggi naturali. Se, però, queste leggi sono state create da Dio, perché avrebbe dovuto sospenderle?

E quindi?

Ritengo che sia cosa molto più sensata dire che Dio, avendo creato il cosmo e tutte le leggi che lo regolano, possa in qualche misterioso modo concorrere alla produzione di qualche evento nella storia. Un evento straordinario non perché contraddice le leggi da Dio stabilite, ma perché supera la nostra concezione di soprannaturale.

Ci spieghi meglio. In sostanza cosa contesta di quello che ci hanno sempre fatto credere?

Ciò che voglio chiaramente contestare è il minimalismo e il riduzionismo di alcuni approcci alla figura storica di Gesù.

E cioè?

In nome di un presunto oggettivo interesse storico, si finisce, invece, per ingabbiare Gesù dentro uno schema di lettura altamente pregiudiziale, poiché inficiato di preconcetti razionalisti e nichilisti. Secondo me, quando si parla di Gesù, occorre essere chiari e dire qual è l’impostazione che si segue.

In sintesi?

Un conto è studiare la figura storica di Gesù da agnostici, un conto è farlo da persone credenti, basta dirlo! Dai primi ci si aspetterà che Gesù sia trattato come una figura storica accanto alle altre, dai secondi, invece, ci si aspetterà che di Gesù si prendano in esame anche le sue caratteristiche non umane, come, per esempio, la resurrezione dai morti.

Veniamo alle sue teorie, relative a quello che sarebbe successo nella tomba di Gesù e nei tre giorni successivi al 7 aprile dopo Cristo.

Ritengo che – sulla base dell’indagine – dal corpo senza vita di Gesù si sia sprigionata una luce simile all’ ultravioletto e di natura pulsante, forse per un tempo infinitesimale. Il corpo di Gesù si sarebbe trasformato in quella stessa luce ed avrebbe attraversato, senza scomporli dalla loro posizione, i tessuti di lino che lo avvolgevano. Qualcosa di simile accadde durante la trasfigurazione, quando Gesù apparve agli apostoli sotto forma di una luce intensa, che attraversava i suoi vestiti, rendendoli sfolgoranti. Ma rimando al libro.

E noi cosa dovremmo aspettarci dopo la nostre morte? Come potremmo immaginare il mondo che verrà?

Nessuno può rispondere alla tremenda questione legata al nostro destino post-mortem, se con esso intendiamo la nostra destinazione finale, che per i cattolici si chiama inferno, paradiso, purgatorio. Se, invece, vogliamo sapere qualcosa di cosa potrebbe accadere in prossimità del momento più tragico della nostra vita, la questione è diversa. Nel mio libro parlo delle cosiddette “esperienze pre-morte”, la cui fenomenologia fa ormai discutere scienziati dei più diversi settori.

Ci sarà un post mortem diverso a seconda che si sia credenti o agnostici?

Se esiste una differenziazione tra gli uomini, questa avviene già su questa terra. La coscienza, infatti, può trovarsi già su questa terra in una condizione di “inferno” o “paradiso”, a seconda di ciò che di male o di bene avremmo fatto durante la vita.

A proposito delle esperienze di premorte, c’è da credere a chi sente voci, presenze di persone scomparse? Anche a distanza di anni dalla morte?

Qui dobbiamo affidarci alle parole degli esorcisti, i quali dicono che non è possibile in linea generale la comunicazione tra i vivi e i morti. Tuttavia, in alcuni casi assai particolari il mondo del male può manifestarsi in qualche modo anche nel mondo umano, sempre col permesso di Dio. Le voci o altri tipi di fenomeni derivano proprio da qui.

Come hanno reagito gli scienziati al suo libro e alle tue teorie?

Col più grande disinteresse, solo perché ho pubblicato le mie ricerche con una casa editrice che non è “scientifica”. Se avessi consegnato il mio manoscritto ad una casa editrice cattolica gli scienziati non l’avrebbero neppure preso in considerazione, a causa della sua presa di posizione a favore della storicità dei vangeli e del tentativo di capire in cosa consistette la resurrezione di Gesù. Sembra strano, ma è proprio così! Tuttavia, l’interesse per il mio libro sta sorprendentemente crescendo, ogni mese di più.

Come fa a dimostrare la scientificità delle sue teorie agli agnostici?

Facendo fare loro un percorso che lascia liberi alla fine di decidere se accettare le mie argomentazioni oppure no.

La reazione che l’ ha più infastidita?

Quella di un sacerdote durante la mia prima presentazione nel mio paese natale, Rosciano di Fano. Disse che, secondo lui, avevo detto troppo sulla resurrezione Gesù. Secondo me, invece, si dice troppo poco, come giustamente osservò Adriano Celentano al Festival di Sanremo. Personalmente, aveva perfettamente ragione: i preti parlano troppo poco di ciò che invece interessa enormemente almeno chi va in Chiesa, sapere cioè cosa sarà di noi dopo la morte.

Forse anche per  i sacerdoti è difficile immaginarlo! E la Chiesa, in genere, come ha preso il suo libro? La sua teoria si discosta in qualche modo da quella ufficiale?

Amo definirmi un biblista eretico. Non perché le mie posizioni siano contro la Chiesa, anzi personalmente sono credente, praticante e cerco sempre di partire da ciò che per duemila anni è stato detto su Gesù. Sono un biblista eretico, perché mai nessun biblista o teologo accetterebbe di prendere come argomenti probanti le esperienze pre-morte o gli studi sull’immagine sindonica. Non voglio svelare altro. 

Fede e ragione alla fine possono incontrarsi?

La fede è la premessa perché la ragione possa trovare ciò che veramente cerca, soprattutto nel settore della teologia o delle scienze bibliche.

Lei lavora presso l’archivio del Vaticano. Il mistero su cui vorrebbe indagare e scrivere in futuro?

Sulle profezie di Fatima, cosa che tra l’altro sto già facendo. A mio avviso, il terzo segreto di Fatima, rivelato da Giovanni Paolo II nel Duemila non si è ancora realizzato.

Ovvio, non possiamo andare oltre. Ultima curiosità: l’archivio del Vaticano è accessibile a tutti? Ci sono parti dell’archivio coperti dal segreto di Stato (Vaticano)?

L’Archivio Segreto Vaticano è accessibile a tutti, purché in possesso di laurea. La documentazione è aperta fino al pontificato di Pio XI.

                                                                                                                           Cinzia Ficco

 

“Vuoi contare di più nel mondo? Ti spiego come si fa!”

Main World: democrazia planetaria.

Francesco Filippi, nato a Milano nel ’56, ingegnere meccanico, con la  passione per il design – realizza oggetti e sculture –   ci sta lavorando dall’11 settembre 2001.
Si tratta di un progetto rivoluzionario e ambizioso. Lui lo sa, ma non si arrende.

Ma di cosa si tratta?  Per spiegarlo, dice che il Main World altro non è altro che una sorta di Facebook delle decisioni, il Google Map del sentiment umano. “Il sentiment – dice –  è un termine usato in borsa, nel trading, in cui molte delle forme grafiche hanno nomi di emozioni umane. Il sentiment è qualcosa che tu conosci, anche se non ne hai le prove, ma che ti serve per capire se il mercato andrà giù o su.

Solo parole, semplici percezioni senza fondamento? Niente affatto. Il “Main World, a sentire il suo ideatore, sarebbe uno strumento che, se attivato, darebbe ai cittadini la possibilità di influire sulle decisioni prese in tutto il Mondo. Un’utopia?  Può darsi. Francesco va avanti e cerca qualcuno che gli finanzi l’idea.

Facciamoci spiegare tutto da lui.

Dunque, cos’è esattamente Main World?

E’ il primo sito di democrazia planetaria esistente, che dà la possibilità a ciascuno di prendere decisioni in modo virtuale per il futuro del Mondo, su temi scelti dagli iscritti.

Cioè, su cosa?

Istruzione, economia, politica, scienza, etica, ambiente, sicurezza, con tutti quei temi che normalmente non sono soggetti a scelte collettive. Le decisioni maggiormente votate sui temi proposti vengono prese in funzione di valori condivisi verso i quali ciascuno desidera che la società tenda. Questi valori, scelti dagli iscritti al sito e costantemente aggiornati, potrebbero riguardare: pace, serenità, benessere, istruzione e  sanità per tutti, giustizia sociale, riduzione dell’inquinamento, della povertà, dei conflitti e molti altri. Ognuno può esprimere in coscienza il proprio contributo al miglioramento del Mondo.

Poi?
Le decisioni finali, secondo una parte sperimentale di questo progetto, potrebbero, in un futuro, venire elaborate da un sofisticato algoritmo predittivo (tipo DSS = Decision Support System), che darebbe come risultato un’ indicazione: dire se i valori verso i quali si vuole che il Mondo tenda, scelti inizialmente, possano essere raggiunti. Oppure no.

Ci faccia capire meglio!

Se parliamo del software pensiamo a quello delle previsioni meteorologiche, nel quale metti i dati di pressione, temperatura, velocità delle correnti, eccetera. Così sai se in quella
zona ci sarà bel tempo oppure no.
Se parliamo,  invece, del perchè ho
voluto inserire questo software, allora lo spiego meglio. Immaginiamo che uno dei valori più gettonati, dichiarati dagli iscritti al sito, sia la Pace. Dopo l’11 settembre supponiamo che qualcuno avesse proposto di decidere se fare guerra o no all’Iraq e supponiamo che l’80% degli americani avesse voluto questa vendetta (percentuale registrata nella realtà a quel tempo). Il software di previsione su Main World  avrebbe indicato che la Pace non sarebbe stata raggiunta nel breve tempo secondo le percentuali registrate, ma ci sarebbe stata un’escalation di terrore e atti terroristici.

Quindi?
Quello che voglio far  notare è che se non c’è coerenza tra ciò che si vuole raggiungere e le  azioni che si compiono collettivamente, gli obiettivi e i valori da noi sognati diventano irrealizzabili. Ma c’è un altro importante effetto anche a distanza di tempo, dovuto alle azioni che compi adesso, di cui in un futuro si perderanno le tracce e le motivazioni.

In concreto? 

Vogliamo un habitat pulito, ma lo inquiniamo continuamente, critichiamo  la disonestà dei nostri politici, ma siamo i primi che non emettiamo lo  scontrino fiscale o evadiamo le tasse. Uno potrebbe dire: “Perchè devo  pagare io se i più ricchi non pagano?” Ma quando finirà questo  rincorrersi di responsabilità? Mai, dico io, se qualcuno non inizia a pensare in modo diverso.

Vada avanti!

In una sezione del sito è possibile confrontare le proprie scelte con quelle degli altri, attraverso una Piattaforma Decisionale.  Le finalità di questo metodo, già esistente nella realtà, sono quelle di rendere valida una decisione nel momento in cui tutti i partecipanti condividono la stessa scelta, nessuno escluso. In questa piattaforma, persone anche molto distanti geograficamente, possono confrontarsi. Le decisioni prese con questa modalità possono anche essere molte diverse da quelle prese dalla maggioranza, dando così un’indicazione molto forte sull’ idea che il futuro del Mondo non può e non deve prescindere dall’ interesse di tutti.

Scendiamo nei dettagli!

Nella sezione del sito “studia” è possibile ampliare la propria conoscenza sugli argomenti proposti allo scopo di migliorare le proprie decisioni.

In sintesi, a cosa tende il progetto Main World?
Alla creazione di un laboratorio pilota sulla responsabilità etica, con la volontà di mostrare come negli anni responsabilità ed etica si formino nell’individuo e di come queste qualità possano modificare il futuro del Mondo, amplificando quella che viene chiamata “intelligenza collettiva”. Main World vuole essere un progetto di studio a favore della società, dei giovani, di scuole e Università, perché ogni giovane, ma in generale tutti, inclusi soprattutto gli adulti, possano constatare in tempo reale quanto sia più profittevole agire nell’interesse collettivo rispetto a quello individuale.

Un’idea del tutto originale?
Non ho copiato questa idea da nessuno. In seguito allo sviluppo del progetto Main World ho iniziato, però, a cercare su internet per vedere se esistesse già qualcosa di questo genere, proprio per evitare di copiare altri.

Cosa ha scoperto?
Esistono alcuni siti che si adoperano per cambiare le cose nel Mondo in relazione a problemi segnalati, come http://www.avaaz.org/it/. Ma, il mio progetto è pensato anche per istruire i giovani sui temi che li riguardano. E’ studiato per insegnare alle persone a decidere eticamente.

Quando è nata l’idea?
L’idea di questo progetto è nata dal disastro dell’11 settembre 2001 e dal fatto che nei sette anni precedenti alla tragedia mi occupavo di crescita personale. Facevo un percorso personale per comprendere come lo sviluppo della responsabilità e dell’etica influiscono sul rapporto tra le persone nel Mondo. L’ispirazione è nata da un susseguirsi di pensieri legati all’impossibilità di potere decidere e quindi modificare alcune realtà fondamentali per la vita dell’uomo.

Faccia un esempio!
Beh, parlo della impossibilità di impedire di dichiarare guerra ad un altro Paese, risolvendo i conflitti con altre modalità. Ho pensato di creare qualcosa che desse la possibilità alle persone di poter esprimere le proprie opinioni sul web. Anzi, di poter scegliere gli argomenti su cui esprimere le proprie opinioni prima e successivamente di potere decidere su un argomento. Non escludo che qualcuno nel Mondo possa avere avuto un’idea simile, comunque.

Quanto ha investito nel progetto?
Attualmente il progetto ha avuto solo un costo: il mio tempo.

Ma vediamo in concreto come ognuno di noi potrebbe decidere sulle sorti del Mondo.
Una persona vorrebbe, ad esempio, creare un parco di pannelli solari in un terreno senza destinazione d’uso nella propria città. Fa la proposta sul sito Main World. Tutti gli iscritti al sito vengono informati via email che c’è una nuova proposta. Tutti vanno sul sito e dicono sì o no alla proposta. Naturalmente gli iscritti possono stabilire quali email desiderano ricevere, su quali temi, da quali Paesi, che possono essere più o meno distanti dal punto di vista geografico.

Fase successiva?

Viene definito un intervallo temporale, superato il quale i risultati della decisione vengono riportati su un grafico, che riporta un dato:  come la decisione si evolve. Se poi si vuole perfezionare la decisione e discutere come la scelta di mettere i pannelli ad energia solare possa essere attuata, ci si incontra all’ interno del sito stesso, sulla Piattaforma Decisionale, grazie alla quale ci si può confrontare, parlare delle varie proposte e decidere come procedere, con  l’unica condizione che siano tutti d’accordo.

Sì, ma le decisioni sono virtuali. Niente di concreto!
Prima che le decisioni possano venire attuate ci vorrà molto tempo. Attualmente Main World è un sito di influenza. La decisione in tempo reale non sarà immediata. C’è un tempo da rispettare.  Il processo evolutivo di un simile strumento si realizza attraverso vari step, così come qualsiasi processo decisionale e può durare molti anni.

Perché?
Prima le persone diventano consapevoli del problema, nel senso che si accorgono, ad esempio, che i potenti prendono decisioni sbagliate, poi  cercano uno strumento che le aiuti ad affrontare tale problema.  Successivamente verificano quante sono le persone che hanno la stessa idea. Poi, provano. Bisogna partire da un presupposto importante: qualsiasi azione tu compia nel Mondo ha un effetto di ritorno uguale. In qualche modo, da qualche parte il Mondo è un tuo riflesso, è il riflesso della combinazione delle azioni che ciascuno di noi compie ogni giorno. Il mio progetto va in una direzione: porta l’umanità alla consapevolezza che insieme si fa meglio.

Sì, ma questa non è una novità!
E’ vero che non è una novità. Tutti lo sanno, ma pochi applicano questo metodo. I motivi sono svariati e spesso passano attraverso un interesse economico o personale. Il mio Main World è l’inizio. Servono soldi per arrivarci. Forse il mio progetto è il Flyer dei Fratelli Wright o forse non è niente. Forse darà lo spunto a qualcuno per compiere un’impresa così fantastica che Main World scomparirà nel nulla e io non lo saprò mai. Stiamo parlando di open source, di intelligenza collettiva. Sa, temo una cosa.

Cioè?
Non che qualcuno lo copi, ma che lo utilizzi come strumento di influenza politica, perché attualmente Main World può diventare questo, se gestito da mani sbagliate.  Sto pensando di realizzarlo con una struttura così trasparente che tutti possano rendersi conto della sua utilità senza essere costretti ad insinuare che è stato costruito per creare caos o interessi nella società. Non deve essere percepito come fazioso. Sto cercando di pensare a come trasformarlo in uno strumento di studio per le Università. Faccio un esempio. Immaginiamo che durante una lezione di sociologia un docente dica: “Ragazzi, oggi parleremo di diritti umani. Proviamo a postare questo argomento su Main World e la settimana prossima alla nostra consueta lezione del pomeriggio vediamo cosa è stato deciso sulla scelta XY”.  Insomma, Main World per me è il Facebook delle decisioni, il Google Map del sentiment umano. Questa è la mia vision. Ricordo che questa idea è stata selezionata nel 2010 da Milano in Progress come una delle prime venti migliori idee su più di duecento in concorso.

Fino ad ora non ha trovato persone interessate a supportarla.
Attualmente non mi ha supportato nessuno, ma spero che una volta lanciata questa idea porti tanti ad aggregarsi. Non è semplice farla partire. Le ho detto dei finanziamenti. E poi c’è l’estrema complessità della gestione di un sito simile. Non solo, mi è difficile rendermi credibile. So che non sarà possibile realizzarlo al cento per cento, ma ci proverò. In futuro tenterò  di coinvolgere vari professionisti. Diciamo sognatori come me.

Tante difficoltà. Molti le dicono che si tratta di una follia. Ma ne vale la pena?
Guardi, so che è difficile credermi, sembro un visionario, ma ci credo profondamente.
E sa perché? Se parte, potremo sapere quali sono i problemi percepiti dal Mondo, cosa pensano i popoli gli uni degli altri, quali sono le vere decisioni che gli individui prenderebbero se fossero al potere, anche senza esserlo. E questa è la prima grande differenza. E ancora una cosa.

Prego!
Main World reagisce in tempo reale ad eventi e nuove realtà, dando la possibilità alle persone di cambiare idea subito, senza aspettare che qualcosa possa andare storto. La politica spesso è come se fosse un tir lanciato a duecento orari su un’autostrada a corsia singola. Se succede  qualcosa che la obbliga a fermarsi, ci vuole parecchio tempo prima che questo avvenga. Nel frattempo può succedere di tutto.

Prossimo step?

Potrebbe essere un modulo decisionale, in cui le persone creano decisioni collettive e un piccolo sito su una tematica sola, ad esempio, l’ambiente.

Si sente tosto o pazzo?

Non ho mai pensato se sentirmi tosto o meno. Sicuramente non mi arrendo alle prime difficoltà. Comunque, è entusiasmante pensare e realizzare un progetto come Main World.

Se lo dice lei…  

E’ utopico al cento per cento in un mondo che, prima di muoversi, pensa al tornaconto economico. La nostra realtà e la nostra vita esistono in funzione di un meccanismo di sopravvivenza, che vede le persone collaborare in funzione di un ritorno personale di stabilità e felicità. Questo progetto ha lo scopo di dimostrare come la comprensione delle esigenze altrui e il dare abbia un ritorno cento volte superiore al tenere per se stessi. Main World è un progetto a favore dell’umanità. Voglio lasciare a mia figlia, ma in generale ai giovani, qualcosa di meglio di ciò che ho ereditato.

                                                                                                                            Cinzia Ficco

“Io vittima dell’amianto chiedo giustizia per me e i miei colleghi!”

E’ malato, ma di smettere di lottare proprio non ne vuole sapere.  Dice che deve resistere per sé ed i suoi colleghi. Da anni cerca di non piegarsi al suo male e, nello stesso tempo, combatte perché tanti non facciano la sua fine. Sì, perché la sua patologia l’ha contratta al lavoro. E il rischio che altri militari come lui si ammalino e muoiano, c’è ed è alto. E’ successo e succede ancora. Perché di amianto si continua a morire. 

Questa è la storia di Antonio Dal Cin, nato a Crema quarantadue anni fa, residente a Sabaudia, responsabile e coordinatore nazionale del Settore “Esposti e Vittime Amianto dei militari appartenenti alla Guardia di Finanza” – Osservatorio Nazionale Amianto ONA ONLUS, costituito a marzo scorso, che, colpito dall’ amianto,  racconta:  “Sono stato esposto alla fibra killer dal 1992 al 2004 a Trieste durante servizi resi alla Nazione e questo ha determinato l’insorgenza di gravi problemi respiratori e di altre importanti patologie, che stanno incidendo in modo pesante sulla qualità della mia vita.  Dal 2008 mi sono interessato al problema dell’amianto ed ho capito che l’amianto, l’immacolato, l’incorruttibile, non è un problema privato e non poteva restare tale. Sto lottando, affinché nel nostro Paese vengano presto attuate le bonifiche e non resti una sola fibra di amianto”.

Per fortuna Antonio, non è solo. Ad aiutarlo, c’è l’avvocato del Foro di Roma, Ezio Bonanni, uno dei massimi esperti della fibra  assassina a livello mondiale. E’ grazie a lui che la battaglia, molto faticosa, va avanti.

“Non possiamo più tollerare – afferma il militare (Guardia di Finanza) –  che famiglie di onesti operai e militari paghino la loro dedizione al lavoro con il tributo più grande: la propria vita. Per questa ragione, nonostante il mio precario stato di salute, i continui ricoveri in vari ospedali d’Italia, ho deciso che devo continuare a lottare fino all’ ultimo dei miei giorni. Voglio impedire che altre persone si ammalino a causa dell’amianto e muoiano a seguito di mesotelioma, carcinoma polmonare e altre patologie correlate all’amianto”.

Il 21 marzo scorso Antonio è stato colto da una grave crisi di insufficienza respiratoria, ma dopo alcune ore in ospedale ha deciso di tornare a casa, dove ad attenderlo c’erano sua moglie, affetta da sclerosi multipla e sua figlia, di cinque anni. Va avanti. Non si arrende. Di recente ha scritto una lettera al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, chiedendo che venga subito avviata la bonifica di tutti i siti contaminati e si provveda subito al risarcimento delle migliaia di vittime dell’amianto. Il Presidente della Repubblica gli ha risposto che la questione amianto in Italia è stata “portata all’attenzione del Ministero dell’Economia e delle Finanze”.

A sentire Antonio, supportato da alcuni studi e dati, non c’è tempo da perdere. “Il professore Claudio Bianchi, una delle più autorevoli personalità nel mondo della medicina legale – afferma –  ha evidenziato che in Italia ci sono 4 mila tumori annui correlati all’amianto, undici al giorno, uno ogni due ore, a fronte di oltre centomila  nel mondo. Purtroppo, questa triste realtà non ha risparmiato il nostro mondo, portando dolore e sofferenza in moltissime famiglie, che, oltre a piangere i loro cari estinti, attendono tuttora giustizia. Mi sto impegnando fermamente, affinché a questi colleghi e alle loro famiglie venga restituita la dignità e vengano riconosciuti tutti quei diritti che sono stati loro negati.  E non è tutto. Questo grande dramma sociale, in termine di perdite di vite umane, vedrà il raggiungimento del suo picco massimo tra il 2018  e il 2025 con costi ingentissimi per il nostro Servizio Sanitario Nazionale, sul quale graveranno le cure e le spese mediche per i malati senza speranza”.

Ma perché un quadro così cupo? “Purtroppo, le bonifiche – spiega Antonio –  sono state avviate tardi, talvolta anche a distanza di diciotto anni dall’entrata in vigore della Legge 257/1992, con gravi ripercussioni sulla salute dei lavoratori che, esposti per tanti anni alla fibra killer nei luoghi di lavoro, hanno incontrato un nemico invisibile. La fibra di amianto è 1.300 volte più sottile di un capello. Non è possibile pertanto sfuggire al rischio concreto di ammalarsi, senza l’attuazione delle idonee misure di sicurezza previste dalla legge, la bonifica dei siti, che risultano essere l’unico strumento in grado di scongiurare il rischio amianto. Nel nostro Paese questa fibra  è stata utilizzata in maniera indiscriminata ed è entrata nella composizione di oltre tre mila prodotti di uso molto comune come: mastici, sigillanti, pasticche dei freni, corde e tessuti. E’ stata utilizzata  anche per la costruzione di tramezzi, tetti, condutture di acqua potabile, intercapedini e stucchi per abitazioni e strutture pubbliche ( asili, scuole, uffici, ospedali, etc.), poiché migliorava la resistenza degli elementi strutturali, assicurava l’isolamento termico ed acustico, e proteggeva contro i rischi di incendio. Sul territorio italiano ci sono ancora 2,5 miliardi di metri quadrati di coperture di eternit, pari a 32 milioni di tonnellate di cemento-amianto e molte tonnellate di amianto friabile, per un totale di amianto puro di circa 8 milioni di metri cubi. Attualmente, leggi severissime ne vietano la produzione, il commercio e l’utilizzazione e, soprattutto, dettano le modalità precise e i controlli, cui deve essere sottoposta la riconversione produttiva e l’attività di bonifica e decontaminazione”.

E allora? “Il problema – replica-  è dovuto alla capacità che i materiali con la presenza di amianto hanno di rilasciare nell’aria le microfibre, a causa dell’usura, delle vibrazioni e delle infiltrazioni d’acqua. La situazione è davvero drammatica. Si corra ai ripari senza più rimandare. Io ce la metterò tutta. Desidero che la mia testimonianza possa far riflettere e far capire che tutti possiamo essere dei “TIPI TOSTI”: basta restare sempre se stessi, mantenere vivi quei valori che purtroppo oggi si stanno perdendo e imparare che è doveroso prestare attenzione a chi soffre ed è vittima di ingiustizie.  Non possiamo far finta di niente e negare la realtà, perché ogni vittima dell’amianto ha un nome, un cognome ed è stata una persona come noi, con i nostri  diritti. Se lo Stato si fosse attivato a tempo debito, molte di queste assurde morti si sarebbero evitate. Continuerò a combattere la mia battaglia fino a quando non vedrò riconosciuti i nostri diritti, non avremo giustizia, non vedremo punire i responsabili, e quelli che hanno cercato di nascondere la verità.  Si tenga presente un dato: l’INAIL per il solo settore dell’industria privata riconosce, a causa dell’amianto, 4.morti l’anno e il picco deve ancora arrivare. Mai più gli interessi privati devono essere anteposti alla sacralità della vita”

                                                                                                                            Cinzia Ficco

Luca: “E per miracolo non ho smesso di sognare”

 

Da Luca Panichi ricevo e con grande piacere pubblico questo contributo.

“Sono nato il 7 marzo del 1969 a Perugia, laureato nel 2005 in Scienze politiche con lode a Perugia e ho seguito un Master in Consulenza e Comunicazione politica a Roma. Sono inviato per un programma di denuncia sociale, che trasmette su Umbria tv “Pianeta Umbria” e Caporedattore di “Mia, mondo intorno agli animali”, diretta tv in onda tutti i venerdi sera sempre su Umbria tv. Collaboro in ricerche sulla pubblica amministrazione a Roma e seguo le attività dell’amministrazione comunale di Corciano, dando contributi e idee. Sono vice-presidente di un’associazione, la Ghismo onlus, che addestra ed affida cani a persone disabili.

Ho praticato ciclismo agonistico per 17 anni, con buoni risultati nell’ottica di passare al professionismo. Ho partecipato a 2 Giri d’Italia dilettanti con le rappresentative regionali delle Marche e dell’Umbria, attestandomi al 40 posto in classifica, vinti da Marco Pantani e Gilberto Simoni. La vittoria a Vigne di Narni, un bel ricordo da Juniores, il 3° posto a Montefiascone di Viterbo a sancire la mia partecipazione garantita al Giro d’italia, come il 9 posto alla Firenze San Patrignano internazionale dilettanti, corsa da protagonista dall’inizio alla fine. Il 18 luglio del 1994 durante il cronoprologo del Giro dell’Umbria che si percorreva da Viterbo a San Martino al Cimino, fui travolto da un’auto, indebitamente presente nel percorso di gara, nella località dove l’anno precedente vincemmo con la nostra squadra il Giro dell’Umbria stesso con Daniele Cignali: paradosso del destino!.

L’incidente mi ha provocato una lesione cervicale a livello c6-c7, per fortuna incompleta, per cui sono riuscito a salvare soprattutto l’uso delle mani, avendo scampato il pericolo di morte nell’aver fratturato pure la seconda cervicale. La prima fase è stata durissima, perché ho subito un intervento chirurgico di stabilizzazione solo dopo nove mesi, in Germania, per cui i tempi della riabilitazione si sono dilatati a dismisura. Durante gli anni della riabilitazione non mi sono mai sentito depresso o sconfitto, ma sempre in uno stato di sospensione, tipico dell’atleta che, nonostante non abbia conseguito il risultato sperato nella gara domenicale, il lunedì è subito pronto per ripartire e migliorarsi. Il motto della prima ora, condiviso con il “pretino” del Cto di Firenze nel quale ero ricoverato in fase acuta: “Sempre avanti”!

La mia famiglia mi è stata sempre molto vicina, in maniera meravigliosa, come la stessa comunità di Magione, che mi ha aiutato per fare la miglior riabilitazione. Mi ha aiutato molto lo stesso mondo del ciclismo, che ha organizzato a più riprese raccolte di solidarietà.

Il primo pianto reale lo feci un anno dopo dall’incidente, il 18 luglio del 1995, quando, mentre ero in Germania, mi fecero vedere la foto del viso di Fabio Casartelli insanguinato, appena deceduto al Tour De France durante una gara. Lì capii ancor di più il senso reale di ciò che cos’è una tragedia, la perdita di una vita, tanto più che aveva avuto un figlio da appena due mesi, e conseguentemente il valore prezioso dell’esserci e di continuare a sorridere alla vita, in ogni situazione. Ogni anno vado a consegnare un premio personale all’atleta più combattivo al Gp Capodarco internazionale dilettanti memorial Casartelli, proprio per mantenere forte il mio legame con il ciclismo ed i valori che riesce a trasmettere https://www.youtube.com/watch?v=g-WDafuioCY.

Nel 2009 mi capitò di scalare gli ultimi 5 km del Blockhouse al Giro d’Italia di ciclismo dei professionisti: gli ultimi 50 metri furono teletrasmessi in diretta durante la cronaca della tappa con commento finale di Cassani e Bulbarelli. Da lì ho preso la palla al balzo per decidere ogni anno di scalarmi una salita, arrivo di una tappa del Giro d’Italia professionisti, per riprendere e rivivere sensazioni vissute, darmi ulteriori stimoli, condividere con gli altri la mia passione di sempre in maniera dinamica. Nel 2010 ho scalato Terminillo e Tonale https://www.youtube.com/watch?v=6dnRljx4y1M, l’anno scorso il Grossglockner https://www.youtube.com/watch?v=3mwq2o_db8E, e quest’anno ho deciso di scalare il Passo dello Stelvio, nella penultima tappa al Giro il prossimo 26 maggio, per spostare in alto il livello della prestazione.

Mi aiuterà una carrozzina in monoscocca di carbonio, che mi verrà consegnata fra una decina di giorni dall’azienda trevisana Progeo. Sarò tecnicamente sostenuto da Lucio Saccarelli.

Per gli allenamenti seguo un ritmo di tre uscite settimanali piene dove alterno salite lunghe e di difficoltà media a salite brevi ad alta difficoltà. Sono seguito dal bravissimo dottor Giovanni Boni, medico sportivo folignate, nel giro della Nazionale azzurra dei “fuori strada”. I  19 km di salita, con pendenza meda del 6,9% prevedo di percorrerli in 8 ora circa e l’obiettivo è cercare di arrivare almeno 2 ore prima dell’arrivo dei corridori, pe poter usufruire di un passaggio in diretta Rai, a sancire l’avvenuta scalata. Non c’è nulla di definito e definibile, per questo, ma sarà tutto un movimento, del resto a riflettere lo stesso andamento della vita. Ciò che conta sarà il viaggio della scalata, l’incontro con le persone, ai bordi delle strade, i tifosi, le squadre, i corridori, per portare un messaggio positivo, di serenità, di gioia nel vivere il proprio limite, cercando, per ciò che sarà possibile di renderlo trionfale, accattivante, condiviso.

Per realizzare tutto questo faccio, oltre che esperienza di agonismo, tante dosi di “convintin” giornaliero e faccio sempre riferimento ad una bellissima frase di Elisa che mi accompagna sempre tutti i giorni: “E miracolosamente non ho smesso di sognare, miracolosamente non riesco a non sperare, e se c’è un segreto, è fare tutto come se vedessi il sole e non qualcosa che non c’è”. Ad maiora. https://www.youtube.com/watch?v=g-WDafuioCY

                                                                                                                          Luca Panichi